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Il caso Francesco Ravelli

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FRANCESCO RAVELLI O IL PIACERE DELLA MEMORIA

6 dicembre 1898

FRANCESCO RAVELLIIl 6 dicembre 1898, alle ore nove antimeridiane, si riunì il Consiglio Comunale di Ficarolo.
Come Presidente figurava il professore Carlo Pellegatti Ricci. All'ordine del giorno la seguente mozione: "omaggio al Comune dell'Opera inedita Note, illustrazioni e documenti per la Storia di Ficarolo e antiche pertinenze del compianto concittadino Francesco Ravelli e proposte della Giunta". Dal protocollo di quella seduta estraggo:

 

"... Francesco Ravelli del fu Antonio e della vivente Lanzoni Giuseppina, chimico-farmacista e munito di patente di Segretario Comunale, nato a Ficarolo il 18 novembre 1853, moriva in Milano il giorno 29 giugno di corrente anno, vivamente compianto, per le sue belle e rare doti di mente e di cuore.
Uomo di vigoroso ingegno, coprì in paese e nel mandamento le cariche più eminenti.
La popolare istruzione ed il risparmio delle Scuole Elementari ricevettero da lui un potente risveglio, sicché ebbe, e dal Consiglio Comunale, da quello Provinciale e dal Ministero, encomii e titoli di benemerenza. Fu poi suo merito esclusivo se il Ministero della Pubblica Istruzione e la Giuria dell'Esposizione Nazionale di Torino (1884) premiarono questa Cassa di Risparmio Scolastica con speciale medaglia d'oro di prima classe. Da diversi anni disimpegnava nella Casa Erba di Milano un importante Ufficio, ma anche lontano non dimenticava mai la terra che lo vide nascere.
Nel 1883 egli ha pubblicato coi tipi dello Zanichelli di Bologna un libro dal titolo "Pagine storiche di Ficarolo", e fin d'allora, prometteva di allargare le basi del suo studio per fare un lavoro più completo e poderoso.
Relativamente a tale lavoro, i competenti e la Stampa si pronunciarono fin d'allora, trovandolo oltremodo pregiato, condotto con cura somma, grande pazienza, fine criterio e critica non comune.
Il giornale Arte e Storia di Firenze, nel chiamare il lavoro addirittura interessante, faceva voti di trovare uomini dotti ed egregi come il Ravelli, che dovessero illustrare così accuratamente ed in modo così importante ogni città ogni terra della nostra Patria.
Infatti, instancabile il Ravelli nelle ricerche di documenti che potevano servirgli, instancabile nello studio di opere storiche che dovessero fornigli la parte dottrinale, riuscì a raggiungere l'arduo e nobile scopo, di dare cioè al paese nativo chiare ed esatte nozioni attorno alla sua Storia.
Questo secondo lavoroèstato ora dalla famiglia regalato al Comune, certa di rendere omaggio al pensiero dell'Autore. S'intitola "Note, illustrazioni e documenti per la Storia di Ficarolo e antiche pertinenze". Consiste in una serie di monografie edèdiviso in due parti: nella primaècompreso quanto ha relazione cola Storia civile ed ecclesiastica di Ficarolo dal 936; nella secondaèriunito materiale sufficiente per la Storia di Gaiba, Salara e Stellata, anticamente compresi nel territorio di Ficarolo. E' un paziente ed accurato studio di antiche memorie, un'interessante raccolta di documenti, di fatti storici dai tempi più antichi fino ai moderni, un prezioso ricordo illustrativo di monumenti e degli uomini illustri di questa nostra terra.
Così pregevole lavoro, che gli costò oltre dieci anni di studio e di fatiche,èstato da lui medesimo ricopiato ed illustrato, cosicché alla parte sostanziale egli ha voluto accopiare anche l'estetica in modo da lasciare un libro degno di encomio, non solo per la scienza, ma ancora per l'arte.
Quest'opera segna per Ficarolo un avvenimento, e l'autore merita giustamente la memoria e la riconoscenza del paese, tanto più che le istituzioni cittadine, come la Cassa di Risparmio e la Società Operaia devono molto del loro incremento al compianto estinto.
La Giunta perciò, lieta di possedere ne' suoi archivi un sì pregiato ed importante documento, propone al Consiglio il seguente ordine del giorno:

  1. 1°. di accettare con compiacenza il grato e pregievole omaggio e di porgere vive grazie alla famiglia Ravelli.
  2. 2°. Dispiacente che le finanze del Comune non permettano ora di ricordare, come meriterebbe, l'esimio estinto, delibera: di collocare il suo ritratto nella stanza del Sindaco ed una lapide nella sala Consigliare, incaricando di ciò la Giunta, la quale resta facoltizzata a spendere fino alla concorrenza di Lire 100, da prelevarsi dal fondo imprevisto Cat32 art.1°. dell'esercizio 1899.

 

3°. Di prender parte alla cerimonia della traslazione della salma, da Milano a Ficarolo, che verrà quanto prima per cura della famiglia.

4° Di far stampare sì bella ed interessante opera, incaricando la Giunta a studiare un progetto sulla spesa occorrente, da presentarsi al più presto al Consiglio.

Il protocollo termina così:

Conte Giglioli: approva entusiasticamente quanto ha proposto la Giunta ed è certo che tutti si assoceranno con lui per incaricare il Sig. Sindaco ad esprimere alla famiglia Ravelli i sentimenti della più viva riconoscenza e gratitudine del Consiglio Comunale pel cospicuo dono. Raccomanda che la stampa della pregievole opera riesca degna dell'autore.

I Consiglieri tutti si associano al Sig. Conte Giglioli, e poscia per acclamazione il Consiglio, unanime, approvare i quattro articoli dell'ordine del giorno proposto dalla Giunta.

Chi è Francesco Ravelli?

Ho incontrato, per la prima volta, il personaggio Francesco Ravelli circa tre anni fa. Grazie a lui ho conosciuto Ficarolo, l'impegno di diverse persone dirette allo studio del territorio ed ho seguito le prime tre campagne di scavo dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Bochum, condotte dal prof. Hermann Busing.
Fui attratto subito dal manoscritto ravelliano. Di quest'opera ci si può innamorare e, in seguito, cominciai ad interessarmi all'uomo Ravelli.
Chi era Francesco Ravelli?
All'inizio trovai solamente dei "si dice" - "sembra che" - "è possibile". L'uomo che cercavo, l'individuo che aveva composto il fantastico manoscritto mi sfuggiva continuamente. Ad un certo punto decisi di cercarlo nelle sue opere e nel territorio da lui tanto amato, rischiando di incontrare parte di me stesso.
Francesco Ravelli è una vita da ricostruire e da indagare, passo per passo, momento per momento. Con lui è possibile delineare parte della storia di Ficarolo e del suo territorio. Un territorio che s'arricchisce di un personaggio che sembra appartenere a miti e momenti borgesiani.
Una ricerca approfondita sullo storico ficarolese non dovrebbe trascurare, prima di tutto, gli archivi del paese: il comunale ed il parrocchiale. A questi si devono aggiungere quelli di Gaiba e Salara, l'Archivio di Stato di Rovigo ed i ferraresi, compresi quelli di Bondeno. In questi archivi sono sparsi sicuramente diversi appunti dell'autore ficarolese. I giornali e le riviste dell'epoca, non solo quelle locali (polesane come il Corriere del Polesine o ferraresi come La Rivista, giornale di democrazia ferrarese) ma anche quelle come come la fiorentina Arte e Storia o la padovana L'Euganeo politico-letterario dovrebbero dare esiti soddisfacenti.
Altre tracce ci vengono dal verbale riportato al primo paragrafo e da eventuali documenti dimenticati in un qualche scatolone depositato nella solita soffitta.
Francesco Ravelli ritorna, improvvisamente, a quasi cento anni dalla sua morte. Immagine di una vitalità che non deve essergli certamente mancata quando era ancora in vita e che era indirizzata sia alla "memoria" che al "quotidiano". Basta non dimenticare il periodo in cui è stato sindaco del paese sulla sinistra del fiume Po.
Tale vitalità è espressa dai contatti avuti -in quel periodo abbastanza buio per il Polesine- e sparsi per l'Italia e all'improvvisa decisione di trasferirsi a Milano dopo le varie testimonianze di attaccamento, non solo culturale, alla terra che l'aveva visto nascere e crescere.
La sua morte improvvista -di "malattia non infettiva" all'inizio dell'estate del 1898- ne avvolge la figura in un mistero che il paese (in questo secolo) ha sviluppato per suo conto.
Di Francesco Ravelli ci sono rimasti due ritratti fotografici. Quello appeso in una stanza del Comune di Ficarolo e che ci riporta un personaggio vicino all'iconografia del tempo: severo, compunto e con lo sguardo che sembra fissare l'interlocutore.
L'altro ritratto, distribuito in occasione della morte, ci offre un Ravelli diverso, dagli occhi vivi e curiosi: quasi una persona che si gradirebbe incontrare, pronta a narrare l'epopea incredibile di un paesino della bassa padana, lambito dal fiume Po e ricco di monete romane, dove persino una regina si fermò e la Repubblica veneziana, Ferrara e Mantova ebbero frequenti confronti militari.
Chi è l'autore del manoscritto che oggi ammiriamo e per la sua ricchezza documentaria e per la bellezza grafica, indice del piacere dello studioso e dell'amanuense che trasmette la memoria del proprio territorio?

Comunione di interessi in Francesco Ravelli

Come fossero profondi, in Francesco Ravelli, il senso civile e la partecipazione allo sviluppo sociale è testimoniato da alcuni momenti che appaiono nelle sue opere.
Il fabbricato scolastico di Ficarolo (questione da risolvere) inizia così:

"È dovere di cittadino mettere in opera ogni mezzo perché dall'insieme dei fatti e circostanze, intese al bene comune, il paese risenta utile beneficio, onore e decoro, tanto ai riguardi del presente, quanto a quelli della sua prosperità avvenire."

La prima parte del breve scritto a favore di un nuovo edificio scolastico non risparmia momenti di dura retorica. Riportando quello che ebbe a dire l'onorevole Lioy, nel 1877, scrive:

"È l'aria, la luce lo spazio, la giocondità che noi siamo obbligati di assicurare ai nostri bambini insieme col pane dell'istruzione; è quell'ambiente sano, decoroso, ridente che ingentilisce gli animi e li educa."

E subito riprende:

"L'ambiente sano, decoroso, ridente, che educa ed ingentilisce gli animi, manca purtroppo a Ficarolo, e non mi si accusi d'esagerare se dal 1875, preposto alle Scule del Comune, non ho cessato di caratterizzarne gli ambienti -meno una o due eccezioni- altrettante topaie e cantine che affumicano in inverno i bambini, agglomerati in spazi relativamente ristretti, e li fanno sudare alla russa in estate; mi venne fatta anzi regione, quando in altre mie pubblicazioni ho esposto con rude franchezza che nelle nostre Scuole tutti i locali sono mal distribuiti, quasi tutto è angusto e antigienico."

La seconda parte è una requisitoria, fatti alla mano, sulla necessità di una nuova struttura scolastica per il paese.
Questo pamphlet ravelliano sembra riportarci ad altri tempi, alla franchezza civile -atto molto diverso dall'invettiva e dalla calunnia diretta al progresso della comunità. Ho riportato alcuni brani di quest'opera per sottolineare l'interesse dello storico per lo sviluppo del suo paese. Tale interesse è dimostrato anche dal fatto che, nel 1874, fu tra i soci fondatori del Teatro Sociale di Ficarolo, una necessità che rispondeva non solo alle esigenze della popolazione locale.
Francesco Ravelli si dimostra impegnato su tutti i fronti: il politico, il sociale ed il culturale nelle sue forme più diverse. Egli appoggia l'elevarsi di una struttura come il Teatro, s'affanna per un edificio scolastico adatto alle necessità dei tempi, ricerca - negli archivi più diversi - tracce e documenti sulla storia della sua terra senza trascurare il contatto con la popolazione.
In Pagine storiche di Ficarolo, raccolte ed illustrate da Francesco Ravelli (Nicola Zanichelli, Bologna 1883) viene riportato un momento che ritengo molto interessante e significativo su ciò che il nostro poteva significare per il paese:

"Nel 1874 mi venne rimesso da un lavorante una moneta di rame assai bene conservata che regalai all'esimio dott. Trojer curatore di antichità".

Francesco Ravelli era diventato (appena ventenne!) un punto di riferimento per i compaesani.
Nell'introduzione alle Pagine storiche mi sembra di cogliere l'input che lo spingerà a creare quelle magifiche Note che ora possiamo ammirare:

"...Le tradizioni servono assai spesso per ricolmare certe lacune lasciate dalla deficienza di memorie storiche, che tante volte i secoli distrussero o fece sua preda il vandalismo dei saccheggiatori o degli incendiari. Le tradizioni però sono la fede pei credenti, ma non si impongono alla critica che vuole sanzionata ogni circostanza alla stregua dei documenti, salvo poi a giudicarne la provenienza e la più o meno corretta natura".

L'opera ebbe inizio il 20 aprile 1887 e fu terminata il 14 giugno 1895.
Si tratta di una impresa e di un'opera chimerica (eppure reale) compiuta anche grazie a quello che l'erudito adriese F.A. Bocchi deve aver scritto al Ravelli il 29 gennaio 1883 (e che viene riportato all'inizio del manoscritto):

"...Ella eseguisce per sua parte intanto degnissimo compito, ché non s'avrà buona storia d'Italia se prima non s'abbiano storie speciali e specialissime provinciali e municipali...".

Si tratta di un'opera che è l'immagine speculare del suo autore e che non trascura la realtà, i miti e le mitologie della sua terra: li sedimenta negli spazi di un foglio ormai addomesticato dal suo genio grafico.

Madre - Luogo - Storia

Tra i due lavori ravelliani Pagine storiche di Ficarolo (Bologna 1883) e Note illustrazioni e documenti per la Storia di Ficarolo, oltre all'estetica del secondo, ci sono altri momenti interessanti e che possono aiutarci a far luce sull'autore ficarolese.
La prima opera ha una dedica che contempla la località ed i suoi abitanti:

"A' suoi concittadini ad ornamento patrio".

La seconda sembra caratterizzata da un processo ed uno sviluppo tutto interiore (apparentemente in contrasto con la bellezza delle pagine) che sembra animare la fatica ravelliana. L'opera è dedicata alla madre.

"A mia madre -donna di retto sentire- modello di virtù cittadine -queste pagine- reverente consacro".

Sarà proprio la madre a consegnare il manoscritto al Comune. Una donna della quale si sa pochissimo e della quale non esiste neppure un ritratto. Qualcuno racconta che scrivesse poesie.
Questo manoscritto, curato nei minimi particolari eppure posseduto dalla fantasia, è il bisogno ravelliano di una Madre -di una Terra- di un Luogo definitivo- di un'urna temporale. Tale bisogno rimanda al riposo ungarettiano (1).

Solamente la Madre poteva assicurarglielo. Non solo colei che consegnerà il manoscritto al Comune, ma soprattutto la Storia: il Divenire ricercato in ogni angolo della sua Terra che l'autore riporta in vita facendo pulsare nelle vene della scrittura un plasma ancora oggi vitale. È questo uno dei miracoli ravelliani e la sorpresa della sua opera. Ristrutturando il lavoro dato alle stampe nel 1883, ricercando fatti e documenti (che risaltano ai nostri occhi nella loro bellezza e spesso si resta increduli al loro apparire) ha dato corpo alla storia di un territorio che il Grande Fiume aveva, nel tempo, modellato a suo piacimento, sommerso da sabbie leggere ed antiche.
Il bisogno ravelliano di questa realtà ha portato a ristrutturare la prima opera, riconoscendo al Grande Fiume (perché questa mi sembra la funzione del fiume Po nel manoscritto) il suo ruolo nella formazione di questi luoghi. La "creatura liquida" riprende nella riscrittura e nei riporti ravelliani la sua valenza, non solo storica, ma anche mitica e psichica.
Vorrei riportare due aspetti che, ad una prima analisi e lettura del testo, mi sono sembrati importanti:

1. Togliere Francesco Ravelli dal limbo in cui s'era (o era stato) collocato,

2. avvicinare lo storico ficarolese alla cultura ed allo spirito della sua epoca. Un'epoca molto vicina alla nostra, nonostante le apparenze.

Nota:

(1) La poesia ungarettiana (e non solo) è pervasa di un sentimento del riposo che può fermare la vita, proteggerla e, nello stesso tempo, mantenerla. Si veda la poesia I fiumi: ... stamani mi sono disteso / in un'urna d'acqua / e come una reliquia / ho riposato. Non credo si tratti di un fatto casuale. I punti d'incontro tra F. Ravelli e la cultura di fine Ottocento-primo Novecento sono diversi e meriterebbero un approfondimento a parte. Riporto i nomi di D'Annunzio e Dino Campana. Il lettore dell'opera ravelliana potrà, a questo punto, utilizzare rimandi grafici e lirici, estetici e mitici, cercando di entrare nella "memoria" della letteratura italiana di fine Ottocento - primo Novecento.

Il grande fiume

La scrittura che crea e vivifica le pagine di questo manoscritto è un sistema di vasi sanguigni.
Sono pagine sopravvissute al Tempo, agli elementi ed agli uomini che - per un secolo- si sono mossi attorno ad una semplice cassetta di legno (contenitore del manoscritto), insignificante e poetica nella sua nullità.
Bisogna partire dal cuore per capire l'opera nel nostro cosmo. Non altrove, neppure nella Milano in cui l'autore era costretto a vivere e che -allora- poneva le basi del suo essere/divenire la futura soffocante metropoli.
Dall'amore ed "affetto che mi lega al paese natio" partì l'enorme lavoro di R. Ravelli, quasi consapevole di uno sviluppo storico che tendeva a mettere fuori gioco, nella politica e nell'economia italiana, la grande terra del Delta del Po.
L'opera ci costringe a diverse domande e, le risposte, hanno spesso la durezza di una sconfitta. Mi riferisco alla messa a fuoco dell'isolamento in cui si trova -da decenni- il Polesine.

"...Disposi con un nuovo ordine e rispondere all'indirizzo dato all'oprea, la serie delle notizie sull'antichità ed illustri tradizioni del paese nostro, delle altissime gesta che lo resero celebre nei secoli di ferro e nel succedersi delle varie dominazioni, alle quali o per spontanea dedizione o per ragione di conquista fu assoggettato".

È in una lettura tra le righe (capillari che trasportano gli umori dell'autore e della Storia) che arriviamo all'anima dello storico e del poeta.
Il fiume Po è la grande presenza, l'amato e l'amante, il grande mito che si realizza nel corso della storia, affiorando da nebbie e leggende, civiltà e culture diverse, amori, canti, guerrieri e dame. Il grande fiume è inseguito fin nella sua origine mitica, in tutte le insenature che appartengono alla storia del corso d'acqua e nelle citazioni tratte dai poemi che hanno originato le leggende di questi luoghi.
Questa arteria affonda e pulsa nella reverie del Ravelli. Ne muove il suo sentire e focalizza l'ammirazione per il microcosmo ficarolese adagiato sull'ampia curva del fiume.
Francesco Ravelli recupera attimi di un tempo lontano, dimenticati persino dalla reverie comune e testimonianza di una memoria padano - barbarica.

"Celti d'origine furono i primi abitatori del paese bagnato dal Po. Nell'interno conservarono il nome di Umbri e nel circondario si chiamarono Liguri (uomini del mare): i Tirreni, approdati alle spiagge del Mare inferiore cacciarono questi popoli nel paese tra il Tevere e la Macra, dieci secoli prima dell'E.V. ed avendo in seguito superato gli Appennini, li obbligarono a ritirarsi verso le Alpi e verso le parti superiori del Po e si stabilirono alle due spiagge inferiori di questo fino all'Adige, dove i Veneti si opposero, limitandone le conquiste.

Popoli industri e navigatori i Tirreni, discendenti dagli antichi Fenici, dissecarono molte paludi nelle basse del Po e scavando lunghi canali, aprirono nuovi sbocchi al gran fiume, con che resero floridissimo il loro commercio nel Mare Adriatico; ma i Galli discesi dalle Alpi nel secondo secolo di Roma li costrinsero ad abbandonare tutti i luoghi conquistati.

...

Vennero i Romani che soggiogati i Galli s'accinsero all'opera immane di costruire grandi strade attraverso le paludi che per buon tratto prosciugarono, scavando nuovi canali, fra i quali il più importante che da Ravenna serviva per aprire la comunicazione fra le bocche del Po, del Tartaro, dell'Adige e degli altri fiumi fino ad Altino.

Ma le orde dei barbari che invasero l'Italia alla fine del quarto secolo e vi si stabilirono nel susseguente, ridussero a sterile deserto il paese in prima sì fertile e popolato..."

Ravelli riporta Polibio, una variante del geografo Cluvier sul testo polibiano. La questione sulle ramificazioni deltizie del fiume sembra attirarlo magicamente con la forza di un labirinto.
Strabone, Pomponio Mela e Plinio il Vecchio lo aiutano nel definire una situazione che neppure oggi appare in tutta la sua chiarezza.
Riporta un passo di Lucano:

"Sic pleno Padus ore tumens...

...non flumina toto

Transit, et ignotos aperit sibi gurgite campos."

Aggiungendo:

"... bisogna opinare che gli Etruschi sapessero non doversi in quei luoghi paludosi intercettare il corso delle acqua, ma meglio doversi tenere purgati gli alvei dei fiumi, affinché più facilmente radunandosi le acque stesse non si formassero un letto diverso".

Della rotta di Ficarolo e della "strepitosa disalveazione" del fiume (collocabile nel sec. XII) ne tratta in maniera estesa, partendo da un'annotazione ariostea, tratta dall'Orlando Furioso:

Restò Melara nel lito mancino

nel lito destro Sermide restosse:

Figarolo e Stellata il legno passa

Ove le corna il Po iracondo abbassa

Delle due corna il nocchier prese il destro

E lasciò andar venso Venegia il manco:

Passò Bondeno etc.

La cronistoria di questa rotta e dei fatti ed ipotesi che la circondano, rendono il capitolo interessante quanto uno dei migliori resoconti sulla plasticità della storia e dei suoi elementi.
Nell'appendice al cap. III c'è la fantastica cronologia delle rotte del fiume Po, seguita da una seconda parte riguardante la rotta dell'Adige del 1882.
Il punto di partenza ed arrivo del racconto ravelliano è racchiuso in questo universo liquido e trasparente, plastico, nebbioso, opaco e mobile, dai confini che si fondono nella piattezza di questa pianura dove il mare si mescola con il cielo ed il cielo sembra affondare verso luoghi e punti d'incontro di civiltà diverse.
Francesco Ravelli appartiene ad un'epoca che è alle origini della nostra.
Note
Testo tratto dal "Corriere del Polesine"

Scheda accompagnatoria della ristampa del manoscritto di Francesco Ravelli in tiratura limitata realizzata per volontà dell'Amministrazione comunale di Ficarolo che, dopo circa un secolo, ha onorato l'impegno assunto con delibera del Consiglio Comunale nella seduta del 6 dicembre 1898.

La scheda è stata curata da Luigi Rossi (testi) e Graziano Zanin (grafica e fotocopie) per la Linea AGS Edizioni di Stanghella (PD).

Collegamenti
Indice della storia di Ficarolo

L'arte a Ficarolo

Turismo a Ficarolo

Redazione "Il Ficarolo"


Comune di
Ficarolo
Il caso Francesco Ravelli: 2ª parte Riconquista di Tempo e Spazio
I segni della sua scrittura, i significanti delle sue pagine, quelle lettere simili ai vapori delle nebbie autunnali, le illustrazioni nitide appartengono al tempo e ad un'arte che, negli elementi primordiali ha ritrovato se stessa e raggiunge la nitidezza delle immagini e della scrittura del primo Novecento. Il Ravelli sembra abbia coscienza di ciò, di questa trasparenza di significanti e significati. La sua è una illimitata immersione temporale sino a raggiungere le origini mitiche dei luoghi che ama e che ripropone nell'inconsueto spazio della sua pagina, attraverso un inchiostro che dilata i significanti scrostandoli delle polveri del tempo.
La discesa temporale di Francesco Ravelli è anche recupero d'archetipi e proposta di un poema legato al territorio (ai nostri giorni ed occhi incredibile), molto lontano dalla steppa agricola che si spande davanti ai nostri occhi.
La costruzione storica sembra materializzare un luogo che abbiamo già conosciuto, del quale abbiamo sentito meraviglie in una infanzia che ci sembra lontana.
Mi sembra che il sentimento ravelliano si avvicini al cuore leopardiano (un altro momento che lega il nostro al Novecento), attanagliato dalla brevità dei confini spaziali (e sentimentali) e, da questa limitatezza, proiettato verso spazi e tempi più consoni al proprio sentire, senza abbandonarsi ad un tentativo lirico (non è lirica quella sua traccia che scivola via leggera sulla pagina?) fine a se stesso. Ravelli riconquista lo spazio ed il tempo del territorio raggiungendo la primitività e la quotidianità attraverso una cronaca lineare, quasi a voler ritrovare e riproporre un luogo intatto. Si trova a distillare (un processo alchemico che lo lega, ancora, alla contemporaneità) una spazio-temporalità ed i fatti di questa per estrarne un luogo puro già intravisto ed inseguito da altri. E, a questo punto, non si possono dimenticare i continui riferimenti ravelliani a momenti lirici che appartengono al sentire ed all'arte del primo Novecento.
La ricerca del paese innocente, purificato dal tempo e dagli elementi, è una caratteristica della letteratura del primo novecento. Una ricerca strenua, portata al limite da autori "vagabondi" affondati nel vortice della ricerca e soffocati da questa ansietà. Tutto questo non è dovuto solamente al suo ritrovarsi lontano dal luogo desiderato. Il paese, qui, è proprio l'immagine depurata del "paese innocente", immerso negli spazi e fatti silenziosi che appartengono alla storia. Proprio il divenire storico è stato, per Ravelli, il momento dell'immersione in questo elemento che proteggeva, tra miti ed avvenimenti, il luogo che cercava e che, crediamo, ha ritrovato ridisegnandone le vene pulsanti o le rughe del tempo nelle pagine gigantesche, ben diverse dal quadernetto degli appunti. La sua è un'opera visiva, sensuale. Un'opera che deve venir vista, sfogliata, guardata come il corpo della persona amata o il profilo di un territorio, di una città, di un paese che si schiarisce tra le nebbie.
Gradirei collocare F. Ravelli accanto al poeta Dino Campana, anche se l'accostamento si avvale di una contrastività che, più sembra allontanarli, più li accomuna, soprattutto per quel che riguarda l'architettura spazio-temporale del loro universo.
In Dino Campana sono il ricordo ed il sogno a risultare elementi primi e necessari per il riporto in superficie di un universo ripescato dal fondo "de l'inconnu"
Se la Notte campaniana crea ed inghiotte, tale è la Storia per il Ravelli, un elemento catartico e liberatorio. In Dino Campana il ricordo diventa Storia ed affiora alla coscienza.
Ravelli ha invece bisogno della Storia per arrivare al ricordo e fare in modo che la Coscienza s'abbandoni al fluire della memoria.
L'immersione temporale ravelliana ha un aspetto insieme beatifico e letale: la pagina del Ravelli è un continuo morire - rinascere nella gioia del riporto documentaristico e della sua trascrizione. Un accumulo memoriale che rimanda al Baudelaire di Spleen:

"...plus de souvenir que si j'avait mille ans"

Questo stralcio è utile anche per inquadrare la reverie architettonica che, nell'ambito della cultura fine Ottocento - primo Novecento, abbisogna di visioni arcaiche/magiche/primitive per esorcizzare il vuoto (in Dino Campana lo è la pianura sterminata - un fiume impaludato - l'acqua morta...) con la creazione di elementi - simboli da inserire sul piano poetico. Gli assi del linguaggio campaniano si focalizzano su un emittente - ricevente, su un Traum - Welt che sono una unità indissolubile: il poeta è l'opera - il creante è il cosmo creato - la parola è l'oggetto e la tensione - la memoria è la Storia, tempo e spazio.
In questa poesia si materializzano gli elementi primordiali, anzi il cosmo è una costruzione alchemica derivata dall'intreccio elementare. Campana è teso al momento in cui del tempo fu sospeso il corso, Ravelli è teso al flusso di questo, all'eliminazione del vuoto attraverso un sistema di scrittura non interrotta e che continua nel lettore, nel senso visivo e nel cuore di questo.
Il canto orfico campaniano, recupero memoriale di un'altra temporalità, è molto meno lontano di quel che sembra a prima vista dal recupero storico che F. Ravelli opera in queste sue Note manoscritte; un ritorno alla Madre - alla Terra - a se stesso.
Il vojage ravelliano ci consegna un luogo intatto. Non importa il nome: potrebbe trattarsi di Venezia, Ferrara, Parigi, Mosca, Gerusalemme o di una delle città che andavano innalzandosi al di là dell'Oceano Atlantico.
È importante seguire l'itinerario percorso dall'autore, il ripescaggio che compie dei diversi momenti - testimonianza, il puntellarsi e riferirsi a classici, a documenti, a cronisti: tutto ciò serve a realizzare il suo sogno, a visualizzarlo, a plasmarlo entro i confini di quel paese (e solo quello) sulle rive del grande fiume.

Piano storico e piano poetico in Francesco Ravelli

Francesco Ravelli è in bilico tra due forme di pensiero (di junghiana memoria). La sua opera ed il suo essere sembrano sospesi tra un pensiero dalla valenza obiettiva e reale (storica) ed un pensare spontaneo che prende forma appena al di sotto del piano reale. Vorrei definirlo piano affettivo.
Si tratta di due strati, catalogabili come "storico" il primo e "poetico" il secondo. Spesso vengono a contatto e convivono meravigliosamente nel suo manoscritto in una forma trasparente, una reverie, un immaginario che affiora grazie alla distillazione temporale operata dalla sua scrittura.
Il processo o corso storico diventa per Ravelli un "immaginario", contrario e simile all'invenzione. L'universo che l'autore ficarolese ricostruisce pazientemente in più di un decennio, tende positivamente ad una scienza pura (e purificata) che, tassello dopo tassello, saldi l'immaginazione per offrire la storia ad un mondo ormai puro.
Il tentativo ravelliano non poteva non realizzarsi se non nell'uso del territorio ficarolese, della sua spazialità e temporalità. Ed il territorio del grande fiume possiede abbastanza elementi perché si realizzi un simile tentativo: gli attimi sparsi vengono ricercati con ossessione, raccolti con cura e riportati in quello che definirei "specchio-pagina" ravelliano, come dati reali e, nello stesso tempo, come vestigia del sur-reale. Un sur-reale che è l'essenza della realtà. In questa sur-realtà ritroviamo il passato con le testimonianze più varie ed i miti che l'hanno nutrito. Ed anche in questo, il nostro autore, è in piena sintonia con la sua epoca (e la nostra).
Il reveur Ravelli si adagia negli atomi di temporalità che riesce a recuperare. Una realtà che presenta "a' suoi concittadini ad ornamento patrio" prima e poi "a mia Madre -donna di retto sentire- modello di virtù cittadine -queste pagine- reverente consacro" come parte dell'immaginario collettivo grazie all'immersione temporale, allo sprofondare nel vortice del tempo equivalente al sacrificio finale di se stesso.

La Storia, il miglior romanziere

Il cammino storico (o l'immersione/emersione temporale) che Ravelli compie non è molto dissimile dal viaggio di un reveur. La sua grafia ne è una testimonianza.
"Nei paduli della regione padana, prima abitati dai Pelasgi o Etrusci o Tosci poscia dagli Enneti o Veneti, quindi dai Galli Egoni o Lingoni scesi in Italia nel secondo secolo di Roma e per ultimo dai Romani, i quali dall'anno 469 al 556 di Roma ebbero interamente soggiogato i Galli, aggregandosi anche la Venezia che per spontanea dedizione erasi unita ai fortunati conquistatori, contavano dodici isole dai Greci e Latini chiamate Elettridi. Queste al che del Piga (...) portavano i seguenti nomi: Babilonico (Fondo d'Albero) ...; Trecenta, Seregnano (Sariano), Petriolo (detta poi San Donato), Senetica, Corulo, Polarinolo, Occupario (Copparo) ..., Donore, Quartesana, Feremignana (...) e Castellione ... Oltre queste isole, in progresso di tempo chiamate Masse, ricorda sette vici o castelli e cioè Vico Magno, Vico degli Egoni, Vico Ariolo, Vico di Variano, Vico di Vario, Vico Novo e Vico d'Aventino ... ed attribuisce al moderno Ficarolo l'antico nome di Vico Ariolo: e sulla fede del Pigna il Sacchi nel Libro II delle Historiae Ferraresi, esplicitamente dichiara che Ficheruolo chiamavasi anticamente Vico Ariolo..."

"Osservando la carta corografica, tratta dal Silvestri e compilata sulle descrizioni di Plinio, rilevasi la posizione anticamente occupata dal Vico Variano nelle paludi fra il Po e un ramo delle Fosse Filistine si approssima a quella occupata dal moderno Ficarolo, tanto più se si considera che a Salara -anticamente territorio di Ficarolo- rivengosi tutt'ora le traccie della Fossa Filistina, per corruzione di vocabolo chiamata Pestrina, uno dei suoi rami quasi parallelo al Tartaro, tra le fosse che portano al Po le acque delle valli di Massa, Ceneselli, Calto, Salara, quantunque nei primi tempi corresse in opposta direzione."

Le note seguenti sono più precise:

" Tengo una collezione di monete appartenenti alla serie degli imperatori romani e colle monete vennero ritrovati nelle predette località, ..., idoletti di bronzo, imponenti quantità di fittili, ampolle lacrimatorie, balsamari di vetro e tegole con bolli e monogrammi assai svariati, quasi tutti dell'officina Pansiana, urne cinerarie, anfore, oggetti ornamentali di vetro e di metallo. Con tutto che resti indubitato appartenere gli oggetti suaccennati all'epoca romana, manca però il dato preciso per assegnare al nostro Ficarolo un posto nell'epoca stessa ed è al punto di partenza dell'induzione che la storia demarca i propri confini e noi che ci siamo accinti a scrivere esclusivamente per la storia, siamo costretti ad una doverosa ritirata, non diffidenti però dell'avvenire, e a condurre i nostri lettori ai primordi del secolo X, quando le prime linee di storia locale appariscono documentate, quindi indiscutibili."

La trascrizione del bellissimo documento (e momento) è un altro esempio di come la cronaca ravelliana possa estrarre dagli archivi testimonianze che, per i nostri sensi, altro non sono che "poesia del territorio", con valenze sociali e culturali importantissime. Lo stesso vale per la parte che riguarda il Mercato, il Monte Frumentario e gli Ospiti Illustri. Qui troviamo momenti storico - poetici che sembrano sconfinare nell'epopea cavalleresca che tanto ci ha fatto sognare nella nostra infanzia, orfana dei potenti media che ci circondano.

"Dovendo entrare nello Stato Ecclesiastico la celebre Cristina di Svezia, allorché rinunciò al regno per avviarsi a Roma dopo aver fatto professione di fede cattolica ad Inspruk, stette un giorno ed una notte a Ficaolo, ricevuta dei mandatari di SS. Alessandro VII ed ospitata regalmente nel palazzo del sig. Bernardino Schiatti.
...Nell'emergenza di questi torbidi -si allude alla guerra scoppiata fra il duca di Modena e il marchese di Caracina- consolò bene tutta la Christianità la generosa risoluzione dell'invitta Regina Christina di Svezia figlia del grande Gustavo Adolfo, la quale desiderosa d'abbracciare la Cattolica Fede, rinunziando lo scettro, la Corona, ed il Regno à Carlo Gustavo Palatino, s'era partita, et inviavasi à Roma per colà vivere con la quiete, e pace Cattolica appresso sua Santità; Di questa gran Donna piacque tanto al Papa la determinazione, che, come Pastore che ricuperi la perduta agnella, lunga sapevagli ogni dimora, che la trattenesse dal pervenire in Roma ...
Visto il breve, et cessati..."

La verticalità della storia che Ravelli immette nell'orizzontalità quotidiana, sembra non conoscere soste, se non quelle che il tempo stesso o l'incuria degli uomini ha causato. In questa verticalità la storia si ordina e dimostra il diritto polivalente ad essere mito-documento e memoria: un bisogno per annullare la piattezza quotidiana.
Lo spazio-tempo del microcosmo ficarolese avrà, d'ora in poi, un'origine nel mito derivato da una memoria storica (una specie di diritto al sogno) ed una coscienza basata su un divenire documentato e/o documentabile (una specie di diritto alla memoria collettiva o di appartenenza al flusso della storia).
I Frammenti di storia civile del secolo X riportano quei segni che ritornano alla luce del sole grazie alla cura che il Ravelli ne ha nel riporto. Dal primo documento (anno 936) che parla di Ficarolo, (...) alle note storico-informative a completare il testo in modo esaustivo, come si trattasse di terminare un racconto sulla base di indizi rilevati nei luoghi più insperati.
Il ritratto della contessa Matilde (detta la gran contessa (che) "esercitò dominio su Ficarolo ed è all'epoca dell'illustre marchesana ch'esso apparisce in una pagina di guerra, narrata dal Pigna ..., che qui brevemente riassumo...") ci porta ad un'epoca di dame e cavalieri che il nostro non sembra disdegnare. Non è da trascurare l'inventario, datato 22 maggio 1716, per la fotografica capacità che lo storico possiede nel riportare sulle pagine del manoscritto documenti ed iscrizioni importantissime per il voyage che sta compiendo. Questo vale anche per le pagine riguardanti gli avvenimenti per lo Stemma Civico o Gonfalone, i Podestà e le pagine che riportano nomi e dati e che stanno a dimostrare come la ricerca ravelliana sia stata fatta in tutte le direzioni in ogni angolo, per ricreare -il più completamente possibile- il microcosmo necessario alla realtà delle Note.
Riportiamo, come esempio dello scrupolo e del piacere ravelliano, la seguente pagina:
"Nel Diario Ferrarese ... e sotto la data di sabato 12 settembre 1494 trovo la seguente curiosa descrizione a proposito di un certo Nicolò de' Pellegati da Ficarolo, reo di vari crimini e condannato a ignominiosa pena. Trascrivo il brano di cronaca nella propria integrità.

In Ferrara in la Torre per meggio la Gresia di Sancto Zoliano di Castel vecchio dal lato di Fuora de la Torre sopra le fosse fu posto una gabbia di ferro, in la quale fu per uno buso, fatto in lo muro mettudo et murato Don Nicolò de' Pellegatti da Figarolo Fiolo che fu di Piero di anni 30 in 32 condennato per il Vescovo di Cervia, che stava in Ferrara et per lo Vicario de lo Arcivescovo di Ravenna, sotto le Diocesi de' quali el fu preso; et questo perché l'haveva cantato due volte Messa novella; et il primo dì che cantò la prima Messa l'amazò uno, et poi a Roma fu absoluto, et dopoi ne amazò quattro altri homini, et sposò due mojere, et con essi si accompagnò: et si dise, che si ritrovò a la morte di altri homini, sforzò femine, menò via femine per forza, rubato havea in grande quantità, havea assassinato molti homini, et rubati per forza, et era nadato per tutta la Potestaria di Filo del Duca di Ferrara, et per tutto il Ferrarese con compagni tutti armati con calze a divisa, et arme inastade, amazare et bevere, et alloggiare per forza; et breviter havea fatto tanto male, che era una compassione; et a pane et acqua fu condannato a dover finire la sua vita suso un sacco di paja... Il don Pellegatti fu tratto di gabbia alli 2 Dicembre e posto in Fondo di Torre in Castello Vecchio dove il cronista lo lascia ad attendere l'ora della morte".
Anche in quest'opera l'istruzione pubblica e privata, nel territorio di Ficarolo, assume la sua importanza. Ravelli riporta:
"L'istituzione della prima scuola pubblica risale al 1640: ne abbiamo prova nel seguente processo verbale d'una Congregazione tenuta il 29 aprile nel Camerone della Chiesa, coll'intervento della Rappresentanza Comunale, dei Massari della Chiesa e di oltre 200 padri di famiglia".

Storia, favola e mito

I miti e la memoria vengono continuamente alimentati. Ed il Ravelli assolve pienamente (e coscientemente) a questa funzione. Rileggendo (meglio se nella grafia ravelliana) i seguenti brani, l'immersione spazio-temporale per il lettore risulta completa.

"Visto il breve, et cessati i complimenti de' Prelati, D.Innocenzio Conti pure volle mostrare la profondità del suo ossequio, con silmilmente ichinarla, et seco abboccarsi, lo che terminato accompagnarono anzi condussero Sua Maestà nella bella Terra di Ficarolo dove la notte alloggiò nella sontuosa, et nobile abitazione del Signor Bernardino Schiatti, Cittadino Ferrarese, da esso à tal effetto adobbata superbamente, eccettuatane la Camera preparata per Sua Maestà, la quale era ornata di Broccato d'Oro, et cremisino, con Letto, Baldacchino, et suppellettili dagli Ambasciatori portae da Parma; et per eternare la memoria dell'onore avuto da quella Terra, et abitazione, con l'esser stata fatta degna di alloggiare, et ricoverare Personaggio di tanta grandezza, su incisa nella detta Casa la seguente Iscrizione (che tutt'ora si conserva)...

...

La Regina, da Ficarolo, la mattina del vigesimo secondo di Novembre, udita, ch'ebbe la Messa, celbratagli dal suo confessore, in detta abitazione, e dopo aver complito (fatto complimenti) con Don Luigi Pio Principe di San Gregorio, venuto, per detto effetto, da Roma per le poste, da essa ricevuto con tutte le dimostrazioni di stima, proprie d'una Regina, e dovute a un Principe, fatta una leggiera collazione, verso le ore diciasette montata da sola nella Carrozza di Sua Santità, s'avanza verso Ferrara, servita da' detti Nunzii, e dal sudetto Principe, con la Vanguardia di più compagnie di Cavalleria, et uno squadrone di fanti, oltre quattro altre compagnie di Cavalli, che la incontrarono ai confini e poi la sbandarono (cioè le si posero ai lati), et pervenutasi alle Caselle, luogo de' Monaci Casinesi, ivi Sua Maestà fu riverita da Monsignor Lodovico Bassi Vice legato di Ferrara, accompagnato da quaranta tra Gentilhuomini, e Cittadini, etc."

Va ricordata la principessa Amalia di Brunswich cognata di Rinaldo d'Este duca di Modena, sposata per procura il 15 gennaio 1669 al principe ereditario Giuseppe di Germania. Il Muratori (...) offre le seguenti particolarità del viaggio ed arrivo della principessa a Stellata:

Si degna ed amata Principessa si pose in cammino alla volta della Germania. Seco andò la Duchessa di Brunswich sua madre, siccome ancora il Duca Rinaldo con un corteggio numeroso di Dame, Cavalieri e Guardie. Erasi la Duchessa di Modena fatta preventivamente portare in lettiga a Bomporto, per ivi unirsi seco nel viaggio. Quivi pernottarono tutti e la mattina seguente del dì 19 s'imbarcarono sopra due de' più magnifici Bucentori, che abia mai veduti il Po, già fatti fabbricare con lavoromirabile da Duchi Alfonso I e Francesco II col seguito d'altri minori Bucentori, Peotte, e Barche, e si fermarono la sera del Finale. Giungero nel d' 20 alla Stellata...

E qui lasciamo la parola al Baruffaldi, il quale a pag. 510 della Historia di Ferrara, facendo seguito al Muratori, descrive minutamente il soggiorno della principessa nel palazzo dei conti Pepoli in Stellata ...

Quivi pervenuta ad un'ora di notte (...) dal Forte, e su Soldatesca ebbe il saluto. Mà perché, eziando sù 'l Ferrarese territorio, doveva elle conoscere, quanto fossero applauditi i di lei Sponsali, la Camera Apostolica, da' suoi Ministri gli fece preparare un alloggio veramente Reale, nel Palagio de' Conti Pepoli, in quella Riviera situato dive S. M. per riposare la notte, ricoverossi. Fù quella portata per strada coperta di sopra, e lastricata per modo di provvigione, nel piano, in Lettica nel Palagio sopradetto, superbissimamente adobbato, per godervi l'alloggio. Colà dopo esser stata complimentata da Mon. Pietro Lorenzo Gallarati, nostro novello Vicelegato, à nome del Card. Astalli Legato, già preparata sontuosissima Cena, s'assise à tavola sotto d'un nobile Baldachino e sù quella videsi fra gli altri, un meraviglioso Trionfo d'un Atlante, che sosteneva il Mondo, e sopra d'esso una grand'Aquila.
La mattina del vigesimo giorno del mese à ore dieciotto similmente portata in Lettica nel Buccintoro, salpò al rimbombo de' Falconetti, Sagri e Mortaretti del Forte, come ancora della Soldatesca posta in ispalliera, che gli diede il saluto; et ella intanto inoltrossi sù per il Po, osservandosi sù 'l Mantovano alle Quattrelle la pomposa Cavalleria di Lancie, detta la Compagnia di parata de' Civili, tutta armata di Ferra, che servendola era in uso di guardia, arrivando la sera à Rovere attesa dal Duca di Mantova etc.

Questi "favolosi" personaggi rientrano nel fantastico collettivo e ne alimentano (nel tempo) il piano dell'immaginario. Senza per questo intaccare i fatti storici o le relative documentazioni. L'unico rischio è che il mito ed il fantastico entrino, finalmente, a far parte di una temporalità orizzontale, vivificandone gli istanti operando, attraverso il linguaggio, la creazione di un istante che diventa pura poesia.

La creatività della Storia

In questi luoghi il fiume Po ebbe, sulle sue rive, due castelli.

"Non furono essi turriti manieri, residenze predilette dei grandi vassalli, monumenti dai gotici veroni, dietro i quali le pallide castellane fremevano ai versi melanconici degli arditi trovatori, idealità dell'amore che ispirò la musa dei poeti del sentimentalismo: nò, i nostri castelli ebbero ben altra fama: eretti per offesa dei nemici e per difesa del territorio..., talora invulnerabili, altre volte conquistate, distrutte e riedificate più forti e rigogliose, attraversarono i secoli, superbe di possedere nella storia delle imprese guerresche, degli epici avvenimenti, di cui furono teatro, la pagina più bella e interessante...".

La parte che riguarda l'architettura pubblica locale inizia con un castello che non esiste più. La fortezza di Stellata, che ancora oggi possiamo ammirare in tutta la sua possenza, ci appare, nel manoscritto, in uno splendido acquerello dai liquidi colori e che il tempo non ha intaccato.
I fatti che riguardano la fortezza di Ficarolo (e quella di Stellata) sono recuperati e riportati alla luce con momenti da romanzo storico.

"...una gran mole di catena, se aveva seicento anelli di sedici o diciasette libbre cadauno ed una lunghezza totale di 160 metri".

"Fu in occasione di quella guerra (guerra tra Ferrara e Venezia: 1481-1484) che il Sanuto nel suo Itinerario in Terra ferma (1483) fece la descrizione del castello di Ficarolo, come lo rinvenne restaurato dai veneziani e da essi nuovamente munito. Riporto a titolo di curiosità storica un frammento di questo capolavoro d'ingenua e minuta narrazione, fatto nella lingua corrotta dell'epoca da un giovane entusiasta della sua patria, osservatore erudito a diciasette anni e che si preparava a portare degnamente il proprio nome.

Figaruolo è situato sopra Po, su l'arzere per mexo la Stelata, et è luntan mia... da la delta fa il Po che va a Ferrara. Et à quattro torre, una per canton grossissime et basse, per esser refate de novo. È quadro: à fossa large passa 26, alte et profunde, et profune, et si pol meter entro el Po; à muri grossissimi, oltra i qual ne son fati repari circumquaque inexpugnabelli, de munition grande fantarie; à sei bombarde, grosse, tre per banda. Da la banda de Ferrara è la Fuina Marcolina et Venetiano; da la banda di Castel novo è la Desperata Fortezza..."

In questi riporti, dove il segno assume un'importanza particolare, Francesco Ravelli dimostra non solo d'essere uno storico ma ci fa capire che la storia, con la ricerca e sistemazione dei suoi momenti, può essere un atto creativo.
Nel 1665 il Castello s'era ridotto a pochi ruderi. Il Ravelli prende l'occasione al volo e scova un cronista fantstico (non è, a volte, la Storia il miglio romanziere?) nella persona dell'arciprete Nicolò Brosso che, in una cronaca locale, scrive:

"Ottobre 1665...: Le fundamenta che sono in Po del Castello, cioè una Moraglia che è per retta linea contro il corso dell'acqua doppo calata l'acqua del Po, si vidde che si era rotta in due parti et fece un apertura quanto sono duoi terzi di brazzo ordinario, et la parte spiccata s'abbassò, e col tempo sarà causa che il Po farà gran danno alle Case di Castello che Dio non voglia..."

"1666-6 gennaio: al Castello uno di quelli muri dalla forza dell'acqua è stato cavato di sotto di maniera tale, che s'abbassò et appoggiò in terra contro il corso dell'acqua, essendo anticamente scavezzato dalla mura..."

"1666-14 luglio: Si vidde quella Moraglia del castello che s'era rotta et una parte piegata, sparire nel Po, il quale si può immaginare quello faccia del froldo per essere sua natura frollo e terreo..."

L'elemento acqua appare, in questa cronaca, come una forza dirompente che sommerge il tempo e le opere di questo. Una interpretazione tipica delle genti che devono convivere con un elemento sempre pronto a ghermire spazio e vite.
Le pagine che contemplano i fatti d'armi (la guerra di Ferrara, quella definita dei Barberini e la guerra di successione spagnola) -grazie ancora alla grafica ravelliana- sono un continuo intersecarsi di avvenimenti e personaggi. Sono pagine dove il tempo scorre, non è immobile e la storia diventa un elemento plastico. Il Tempo che Francesco Ravelli recupera viene sottratto ad una creatura che altrimenti avrebbe fagocitato non solo avvenimenti e personaggi, ma, anche, l'immaginario di questi.
Il Capitolo VII (con la relativa appendice) viene autodefinito, dal Ravelli stesso, come "frammenti di storia ecclesiastica dal secolo X".
La memoria ravelliana si muove tra atti rinvenuti negli archivi più diversi. Tali atti vengono riportati e sistemati grazie, ancora una volta, alla grafica che accresce, sempre più, la sua funzione mediatrice attestando il viaggio a ritroso dello storico ficarolese.
I documenti riportati da pag. 66 ci fanno fare un tuffo nel tempo, sino al sec XII. L'immersione in queste righe e significanti saldano il nostro viaggio temporale alla ricerca non solo del territorio e della sua storia ma anche della sua anima più profonda.
Lo stesso Ravelli (pag. 72) nel definire il viaggio che sta compiendo, scrive "andiamo avanti e lesti al positivo".
La sua recherche è tutta basata nella sistemazione di fatti e documenti rilevabili, eppure la sua opera ha il poter -in cui segue il manoscritto- di alimentare altre forze, forse le stesse forze che mi hanno attirato verso quest'opera tanto originale e sofferta.
Anche nelle pagine conclusive (da pagina 77 in poi) Francesco Ravelli dimostra (nella sua positività) come la rilevanza delle sue ricerche si articoli e strutturi anche grazie ad avvenimenti popolari ed architetture come gli Oratorii ed il Cimitero che, oltre alla razionalità, impongono, nell'avvicinarsi a quest'opera, un continuo riferimento all'immaginario, sensorialmente sollecitato dalla particolare alchimia grafica.
Francesco Ravelli appartiene al nostro tempo anche per altri motivi. Il principale riguarda le diverse sfaccettature dello storico ficarolese: il vero Ravelli sembra sfuggirci eppure la sua opera ci affascina e coinvolge. Si rischia di confonderlo con l'immagine di un altro Ravelli, il nostro. Chiaro che timi simili sanno aspettare anche un secolo prima di essere attuali.
La grafica ravelliana è tutto un fiorire di immagini, dove la scrittura è una lenta conquista spazio-temporale. In questo segno c'è tutta una poetica particolare: il Luogo poteva essere storicamente recuperato solo in questa maniera. Anche il tempo (l'attesa durata quasi un secolo!) viene superato grazie alla fiducia nel flusso dei significanti.
Altri avranno la possibilità di scandagliare l'opera ravelliana. Io mi ci sono immerso perché preso dal suo corpo bellissimo d'altre stagioni e per quella sua unità compresa in Storia-Madre-Elementi che scuotono l'immaginario e fanno apparire cristalli dalla trascrizione fantastica.

L'ossessione del Tempo

Un altro miracolo viene compiuto dal Ravelli: riesce a mettere in moto il nostro immaginario, "à habiter le bonheur du monde", come dice Gaston Bachelard.
Non è, l'opera del Ravelli, un viaggio temporale che si materializza continuamente davanti a noi, nel continuum della sua scrittura? Il recupero ravelliano è una attività che àncora Ficarolo nello spazio e nel tempo, ed io aggiungo nell'immaginario.
I miti che l'autore ficarolese riporta in superficie sembrano recuperati da un "tempo ossessione". Ossessionante sembra la ricerca ravelliana delle fonti, una ossessione rivolta a ritrovare il Luogo-Madre lungo il corso del Tempo. Al di là della pagina ravelliana c'è la sicurezza dello spazio-tempo ritrovato, del luogo sicuro, della Madre, dell'abbraccio definitivo del territorio che l'ha visto crescere.
Questo territorio è percorso dalle acque e dai miti del grande fiume. Il Po raccoglie in sé la propria storia, i miti che si sono creati sulle sue rive, i popoli diversi che l'hanno attraversato o temuto. Il Po come punto d'incontro, il Po come struttura biologica/organismo è l'unico elemento che sia riuscito a superare le barriere di spazio-tempo, anche se a costo di alcuni stravolgimenti del suo percorso.
A questa realtà si aggrappa Francesco Ravelli, al sentimento primitivo dell'acqua del fiume come se la sua immaginazione temesse di perdere il tempo con questa "materia miracolosa".
Sulle rive di questo fiume si sono scontrate culture diverse. Qui è nata la leggenda e la storia dell'ambra, un elemento ermafrodita: trasparente fuoco cristallizzato venuto da lontano. Greci ed etruschi avevano conosciuto le possibilità che il fiume offriva per scambi durati secoli. Gli ultimi attimi di Fetonte, condannato all'immersione mortale nel fiume, hanno qui una naturale scenografia. Non sono le terre, in questa regione, un dono delle acque e non devono, durante le catastrofiche rotte, pagare un tributo al grande fiume?
Mi sembra che il Po sia l'asse sul quale si mantiene l'opera ravelliana.
L'elemento sul quale si muove lo spazio-tempo del territorio inquadrato dal Ravelli.
La molteplicità degli istanti (testimoniata dai discorsi recuperati ravelliani) viene incanalata in un percorso temporale che diventa una continuità prendendo forma/forme sullo spazio che il Ravelli appresta sulle pagine, divenendo a sua volta il sistematore ritmico di una temporalità verticale che ha le sue origini nei bisogni dello storico (e del comune mortale).
La temporalità istantanea (quale potrebbe essere quella dello scrivente) si inserisce con il suo bisogno di immaginario nella verticalità creata da Francesco Ravelli.

CONCLUSIONE

Questi appunti, nati da una lettura e da una visione del manoscritto ravelliano, stanno a dimostrare la ricchezza di questa opera.
Altri si prenderanno cura di essa, tanto che possiamo dire, con sicurezza, che le Note ravelliane muovono i primi passi da questo momento.
Note
Testo tratto dal "Corriere del Polesine"

Scheda accompagnatoria della ristampa del manoscritto di Francesco Ravelli in tiratura limitata realizzata per volontà dell'Amministrazione comunale di Ficarolo che, dopo circa un secolo, ha onorato l'impegno assunto con delibera del Consiglio Comunale nella seduta del 6 dicembre 1898.

La scheda è stata curata da Luigi Rossi (testi) e Graziano Zanin (grafica e fotocopie) per la Linea AGS Edizioni di Stanghella (PD).

Collegamenti
Indice della storia di Ficarolo

L'arte a Ficarolo

Turismo a Ficarolo

Redazione "Il Ficarolo"


Comune di
Ficarolo

 

Il Miracolo della Lacrimazione della Beata Vergine "dei Magi"

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Di Mons. Giancarlo Crepaldi


Il 2 giugno 1602 nella casa dei coniugi Battista e Jacopa de' Cavicchioli, profondamente religiosi, un'immagine della Beata Vergine, da tempo immemorabile custodita e venerata - raffigurata all'interno di un'adorazione dei Magi, dipinta su tavola di legno da autore anonimo - pianse prodigiosamente. Il fatto inconsueto si ripeté anche il 13 dello stesso mese, quando l'immagine era già stata portata nella chiesa parrocchiale.
Il pianto fu constatato da molte persone, autorevoli e stimate per fede e costumi, sacerdoti e laici.
Il vescovo di Ferrara monsignor Giovanni Fontana, informato dal parroco, s'interessò subito del caso e lo fece esaminare da persone competenti e di sua fiducia. Parroco di Ficarolo era allora l'arciprete monsignor Alfonso Guerra e la parrocchia era parte della diocesi del territorio di Ferrara. Alla diocesi rimase unita fino al 10 luglio 1819, quando fu aggregata a quella di Adria. Alla provincia di Rovigo passò il 9 giugno 1815 con il Congresso di Vienna, quando, sconfitto Napoleone, il Regno Lombardo-Veneto passò sotto la dominazione austriaca.
L'immagine fu visitata da cardinali, principi, nobili e da gran parte della popolazione delle terre vicine e lontane, come Rovigo, Padova, Modena. Anche il Papa fu informato del fatto e per il trasporto della tavola nella cappella appositamente preparata nella chiesa parrocchiale, avvenuto il 3 ottobre 1610, fu concessa l'indulgenza plenaria a quanti vi avessero partecipato devotamente e secondo le norme stabilite.
La processione solenne fu descritta da Marc'Antonio Guarini, canonico della chiesa di Ficarolo e beneficiato della cattedrale di Ferrara, e pubblicata a Ferrara dallo stampatore camerale Vittorio Baldini nel 1611.
Nell'Archivio Parrocchiale di Ficarolo è conservato un manoscritto di anonimo, formato da 14 carte, contenente una trascrizione di epoca più tarda, probabilmente ottocentesca, tratta dall'edizione Baldini del 1611. Un altro manoscritto di anonimo in forma succinta è conservato nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
La chiesa parrocchiale del tempo fu sostituita nel 1763 da quella tuttora esistente, poiché all'epoca giaceva in triste stato conservativo e sorgeva in una posizione troppo vicina al Po, le cui piene avevano spesso danneggiato altre costruzioni precedenti.
È da ricordare che della "Pieve" di Ficarolo, intitolata a Santa Maria e situata nell'attuale località di Trento, chiamata oggi "Cisazza", si parla già nel 970 in un placito: "... et in castro Ficariole vel infra ipsa plebe S. Mariae quae vocatur Trenta".
La chiesa in cui fu trasportata l'immagine prodigiosa si trovava prospiciente l'attuale via Argine Ospitale nella zona di piazza XXV Aprile, costruita nel 1598 e solennemente consacrata il 19 settembre 1599 dal vescovo Fontana. In quel luogo rimase una croce fino al 1941.
L'immagine prodigiosa è custodita e venerata nella chiesa parrocchiale e viene festeggiata il 2 e il 13 giugno, e il 10 ottobre di ogni anno.

 

 

Vicende storiche religiose

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Vicende storiche religioseNel contesto dell'affermato dominio canossiano su Ficarolo, si deve porre la fondazione del monastero e ospedale di San Salvatore. Correva l'anno 1112 quando importanti membri della famiglia capitaneale e matildica del vescovo di Ferrara Landolfo (la cognata Imiza e il nipote Casotto) istituivano nel territorio di Ficarolo un complesso monastico, con annesso ospedale per l'alloggio di viandanti e bisognosi. L'amministrazione del monastero veniva affidata ai canonici regolari agostiniani di San Frediano di Lucca: attribuzione che da un lato rimanda alla politica espansiva di casa Canossa (Lucca ricade infatti sotto il dominio del Marchesato di Toscana), dall'altro spiega la sensibilità ospedaliera del monastero. I chierici di Sant'Agostino, infatti, oltre ad attendere al ministero pastorale con l'obbligo dell'ufficiatura corale, sviluppano ben presto la pratica della beneficenza a favore dei poveri e dei pellegrini, erigendo, fuori del recinto di clausura, un locale chiamato hospitium o hospitale; a un canonico, chiamato magister hospitii, veniva affidata la cura dei ricoverati. Di questa eminente pietas e hospitalitas fanno esplicita menzione i vescovi ferraresi Amato e Presbiterino, che nel 1158 e nel 1175, attribuiscono a San Salvatore numerosissimi benefici, evidentemente anche per dare una base patrimoniale all'attività benefica del pio luogo.
L'istituzione di un'importante struttura ospedaliera (certamente nell'ambito delle attività caritative e assistenziali, e non sanitarie, tipiche degli ospizi medioevali) conferma come Ficarolo fosse un importante crocevia per l'approdo a Ferrara da nord-ovest: si era infatti soliti, nel Medioevo fino alle soglie dell'Età moderna, fondare ospizi per viandanti proprio nei punti cruciali per le comunicazioni, lungo le principali direttrici e alle porte delle città. Il monastero di San Salvatore doveva assumere, nel corso del XII secolo, un'importanza crescente: alle sue dipendenze infatti veniva posto l'ospedale ferrarese di San Siro in Mizzana, pure attribuito ai canonici di San Frediano dal vescovo Grifo nel 1144, e nel 1183 Ambrogio, canonico di San Salvatore, è testimone, a fianco di Guido da Ferrara, di un atto riguardante l'ospedale di San Giacomo di Monselice, istituto che, per più aspetti, sembra legato all'attività ospedaliera della diocesi di Ferrara.
L'attività del monastero di San Salvatore, almeno da un punto di vista giuridico, prosegue per tutto il XV secolo. L'index del padre Girolamo Arcari, cellerario di San Benedetto in Ferrara, riporta moltissimi documenti relativi a Ficarolo, Caselle e Salara, nei quali il prior di San Salvatore risulta tra le parti in causa. Alcuni diplomi papali citati dall'Arcari attribuiscono beni, privilegi e diritti al monastero agostiniano, confermando più volte la "concessionem villae Sallariae", come, ad esempio, nel diploma del 31 marzo 1188 di Clemente III a favore del priore di San Salvatore Girolamo. Un diploma di Alessandro IV del 27 novembre 1255 ricorda per la prima volta, oltre a Salara, anche San Lorenzo di Caselle, come pertinenza dei canonici di San Frediano. In seguito i due istituti, San Salvatore e la canonica di San Lorenzo di Caselle, sono sempre più di frequente nominati insieme, come un'unica entità giuridica. A metà del Quattrocento sembra che la canonica di San Lorenzo, in qualche modo, assorba il monastero di San Salvatore. Così, nel 1444 Gregorius de Bonicis risulta priore di San Salvatore e di San Lorenzo di Caselle, nel 1450 lo stesso Gregorio è detto "prior S. Laurentii de Casellis alias S. Salvatoris de Figarolo" e nel 1472 "prior apostolicus Casellarum ordinis S. Fridiani de Luca".
Nulla di strano che il beato Giovanni Tavelli, vescovo di Ferrara, non citi nella sua visita pastorale del 1434 il monastero di San Salvatore: l'istituto religioso, infatti, non era sottoposto in alcun modo alla giurisdizione del vescovo ferrarese. Per la verità dovevano esserci stati assai per tempo tentativi di ingerenza da parte del vescovo di Ferrara negli affari di San Salvatore, se nel 1292 un'autorevole delegazione, composta dai vescovi di Imola e di Padova e dal priore di San Michele presso Bologna, difendeva dinanzi a papa Niccolò IV i diritti del priore di San Frediano contro le ingerenze del vescovo di Ferrara, "volentem visitare ecclesiam S. Salvatoris de Ficarolo et SS. Syri et Marci Ferrariae". È comunque fuori di dubbio che, dalla metà del XIV secolo in avanti, San Salvatore perda progressivamente di importanza, come accade per molte istituzioni simili, anche in relazione al maggior impegno sociale e assistenziale svolto dalle comunità laiche.
La visita pastorale che il beato Tavelli svolge a Ficarolo nel 1434 segnala infatti un ospizio di fondazione comunale, l'ospedale di Santa Maria, "fondatum per Commune et homines dictae villae Ficaroli". La situazione dell'ospizio, confrontata con quella di altri istituti simili, non è drammatica: l'inventario, meticolosamente redatto dal notaio che segue il vescovo, segnala dieci materassi vecchi e rotti, quattro lenzuola, due coperte, un mantello, quattordici letti, quattro botti da vino, un contenitore per il grano, un secchio di ferro per l'acqua, un vecchio paiolo ("parolum antiquum") e poco altro; i beni immobili ammontano a quattro pezze di terra. In migliore situazione si presenta l'ospizio al vescovo Francesco Dal Legname, in visita nel 1449: si ritrovano tutti i beni censiti nel 1434 e nel 1440 e, in più, tre materassi di penna, quattro lenzuola nuove, tre mantelli e qualche ornamento per l'altare. Nel Promemoria per le visite nel Polesine del 1434, il beato Tavelli annota di avvertire per tempo del proprio arrivo il parroco di Ficarolo, perché possa preparare l'occorrente per la visita pastorale; ma giunto nella "ecclesia plebalis" di Sant'Antonino, il vescovo trova, al posto del titolare della parrocchia, un tale don Benassa da Ferrara. L'obbligo della residenza, in effetti, non sembra molto osservato anche in altre parrocchie delle diocesi ferrarese, e per lo più a tale obbligo tanto il beato Tavelli quanto il vescovo Dal Legname sembrano richiamare molto blandamente: tant'è che la situazione di Ficarolo viene in qualche modo sanata nel 1444 per mezzo di un contratto di affitto, con il quale il titolare don Nicola Beccari cede la parrocchia di Sant'Antonino in affitto per cinque anni a un tale Petrus Frambaia. Il parroco affittuario era tenuto personaliter a officiare nella chiesa e a soddisfare tutti gli obblighi derivanti dalla cura d'anime. È strano che un vescovo rifromatore come il Tavelli, per di più reduce dai fermenti del concilio di Basilea, autorizzasse in pratica l'affitto di chiese plebane, tanto più che in alcuni sinodi, come quello lucchese, era esplicita la proibizione "de non locando aliquam ecclesiam". Probabilmente, nel caso di Ficarolo, l'affitto era almeno un modo per ovviare alla nefasta pratica dell'abbandono della residenza da parte dei rettori delle chiese, che, al più, si facevano vivi solo per riscuotere i benefici loro spettanti.
L'impressione che si ricava dai meticolosi verbali della visita pastorale del 1434 è di una comunità abbandonata a se stessa: si tratta probabilmente di un esempio interessante della più vasta situazione di crisi a cui sono soggette le parrocchie rurali nel XV secolo.
La chiesa plebale di Ficarolo gode di un capitolo formato da quattro canonicati, i cui beni sono puntigliosamente censiti dal beato Tavelli. Scopo del capitolo canonicale in una chiesa plebale (ovviamente diverso, per quanto analogo, da quello del capitolo della cattedrale) era di assistere e di rendere più solenne il culto divino nella chiesa di erezione, per mezzo di sacerdoti, detti appunto canonici, tenuti in origine alla vita comune, e quindi alla residenza presso la chiesa a cui il capitolo era attribuito. Alle necessità dei canonici si sovveniva grazie ai proventi di benefici, gestiti originariamente in comune (mensa canonicaoruma), ma ben presto ripartiti in varie quote fra i vari canonicati (praebendae); anche l'obbligo della vita in comune venne di conseguenza meno, e a ogni canonico fu attribuita un'abitazione separata (mansio). Inoltre la pratica del cumulo dei benefici rendeva pressoché impossibile la residenza dei canonici nelle chiese di pertinenza: la proibizione di cumulare più di un beneficio ecclesiastico, ribadita dalle Costitutiones della chiesa ferrarese del 1332, sembra ormai lettera morta.
E così al beato Tavelli non resta che prendere atto di quanto affermato dal nostro don Benassa, e cioè che i canonici (nessuno dei quali è naturalmente presente al momento della visitatio) in parrocchia non si son mai fatti vedere: si fanno vivi, o meglio mandano loro delegati, solamente al momento di riscuotere le loro prebende ("tantum veniunt seu mittunt pro suis recoletibus dictorum canonicatuum"): "il fatto è - nota Enrico Peverada - che non veniva certamente vista di buon occhio dai fedeli l'apparizione di questi beneficiari al momento del raccolto o della riscossione delle decime".
La situazione personale di don Benassa, a cui spettano - com'è solito per i cappellani di parroci non residenti - tutti gli obblighi relativi alla cura d'anime, sembra per di più alquanto traballante: il cappellano ha un figlio sposato, Andrea, che vive con la sua famiglia nella casa parrocchiale. Anche se don Benassa non sembra risultare, almeno al momento della visita pastorale, concubinarius, la convivenza con figlioli nella casa parrocchiale contravviene tuttavia a un'esplicita proibizione sinodale. Il vescovo taglia corto: entro otto giorni il cappellano si presenti a Ferrara, al suo cospetto, e lì si deciderà se don Benassa potrà continuare a tenersi in casa il figlio o meno.
Se la dilazione concessa al cappellano perché sistemi i propri problemi familiari ben si inquadra nello spirito caritatevole e comprensivo del beato Tavelli, ugualmente la severità del vescovo riformatore nei confronti delle ben più gravi negligenze del titolare assente rivela la preoccupazione di richiamare ai propri doveri quanti godevano dei benefici ecclesiastici. E così manda a dire al rettore che entro il prossimo giugno (la visita si svolge il 18 aprile) egli dovrà far riparare il tetto della chiesa e degli edifici adiacenti; gli impone anche di restituire alla parrocchia il breviario che un precedente parroco, don Simone, aveva lasciato in eredità. Al povero don Benassa, invece, ordina solo di sistemare un calice, che ha il piede traballante, e di imparare a memoria la formula dell'assoluzione, indispensabile per amministrare bene il sacramento della penitenza: problema questo fondamentale nella riforma della chiesa quattrocentesca non solo ferrarese. Il parroco invece dovrà, evidentemente a proprie spese, far copiare un manuale per la confessione, probabilmente la Formula confessionis del carmelitano fra Michele, una copia del quale è reperibile a Ferrara presso la dimora del vescovo: il libro, così copiato (giova ricordare che la stampa non era ancora stata inventata), dovrà essere lasciato in parrocchia "affinché i sacerdoti che lì risiedono abbiano uno strumento per poter provvedere efficacemente alla salute delle anime".
Nella visita pastorale di Francesco Dal Legname (1 maggio 1449) emergono due elementi particolarmente interessanti rispetto ai verbali del Tavelli: il numero degli abitanti della parrocchia e il ruolo dei laici nella vita della comunità.
Questa volta è presente il parroco, "Nicolaus quondam Simonis Leporis de Flandra", affiancato dal cappellano, Iohannes de Fivicana" della diocesi di Luni (La Spezia). Da notare che la presenza, abbastanza comune, di rettori stranieri (un fiammingo nel nostro caso) si può almeno in parte spiegare con la fama che, nel XV secolo, l'università di Ferrara aveva acquisito in ambito europeo: studenti ecclesiastici, magari mantenuti da qualche beneficio, non dovevano essere certo rari nella Ferrara quattrocentesca.
Sullo stato della parrocchia, alle domande del vescovo, risponde il cappellano, evidentemente più informato della situazione di quanto dovesse essere il parroco fiammingo. La parrocchia conta 887 anime da comunione, di cui 24 non confessate e moltissime ("plurimi") non comunicate. Considerando che alle 887 anime censite vanno aggiunti i ragazzi con meno di 14 anni, per i quali non sussiste l'obbligo del precetto pasquale, Ficarolo sembra la comunità della Transpadana ferrarese con maggior numero di abitanti: i verbali delle visitationes degli anni 1147-1450 segnalano 500 anime a Bergantino, 150/200 a Canaro, 500 a Castelmassa, 500 a Ceneselli, 175 a Fiesso e Tessarolo, 160 a Gurzone, 200 a Salara, 432 a Trecenta. Anche la rendita della parrocchia sembra cospicua: circa 100 ducati d'oro annui.
Ma il dato più interessante della visita di Francesco Dal Legname è forse l'affermata partecipazione e la riconosciuta responsabilità dei laici nella vita della comunità. Oltre ai testimoni laici interrogati dal vescovo anche per quanto riguarda il comportamento dei sacerdoti (esemplare il caso di Sariano, in cui i laici sono invitati dal vescovo a vigilare, perché il prete, allontanandosi, non asporti i beni della chiesa), ormai fondamentale nella vita della parrocchia risultano i massari, a cui spetta la cura degli interessi materiali della chiesa e, in qualche modo, della comunità.
A Ficarolo ad esempio il vescovo, avvertito dell'urgenza, incarica i massari di fare quanto è necessario per sistemare l'argine del Po, che minaccia rovina.
Nel complesso, alla vigilia della guerra con Venezia, particolarmente drammatica, come si è visto, per Ficarolo, la comunità di Sant'Antonino sembra unita e concorde: i testimoni laici, interrogati dal vescovo, sembrano soddisfatti dei loro preti, e, a eccezione di qualche bega familiare, anche dei loro compaesani ("de parochianis dixit nichil scire mali").

 

   

Storia politica medievale

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Storia politica medievaleBenché molti studiosi attribuiscano a Ficarolo origini antichissime, risalenti al periodo romano, il Ravelli ne fa iniziare la storia col X secolo, periodo in cui la documentazione riguardante il paese risulta assolutamente certa,attraverso un documento del 936, con il quale Bonifacio, secondo conte di Bologna, e Ingelberto, abate di Nonantola, attuavano una permuta di beni, tra cui anche Ficarolo ("pago Figariole"), all'epoca appartenente al contado di Ferrara e situato, con Settepolesini, alla sinistra del Po.
Nel 970 si ricorda Ficarolo come castello e ben presto il paese assumeva un ruolo di notevole importanza: che fosse già da tempo o divenisse in seguito sede di pieve, assorbì quasi subito parte della circoscrizione plebana di Santa Maria di Trenta. Che tale assorbimento, per quanto parziale, fosse in atto nel X secolo, lo dimostra il Regestum bonorum della chiesa ravennate: il fundus Publica, appartenente alla chiesa di Santo Stefano di Galito/Galigo, cui apparteneva anche il fundus Bonolitico, confina ai lati opposti con il territorio delle pievi di Santa Maria di Ficarolo e di San Donato in Pedrurio; questa confinazione si ripete in un atto del XIII secolo che si riferisce a concessioni di enfiteusi della prima metà dell'XI secolo. Poiché la pieve di Santo Stefano era situata presso Stienta, quindi a sud-est di Trenta, il fatto che il suo territorio confinasse con le altre due pievi sta a significare che la pieve di Trenta, non arrivava allora così a Sud.
La zona a est di Ficarolo, a nord e a sud dell'odierno corso del Po, faceva capo nel X secolo alla pieve di Santa Maria di Trenta. Anche dopo la sua scomparsa, della pieve restava ricordo nel XIII secolo, così che un fundus Cento, in un atto di rinnovo di una vecchia enfiteusi, è posto nella sua circoscrizione. Altri fundi ancora, quelli di Arveto, Septempolesinos, sono collocati nella pieve di Santa Maria di Settepolesini, mentre anticamente anch'essi appartenevano a Trenta.
Il consolidarsi della presenza ferrarese e canossiana verso il Tartaro, porterà in un periodo di tempo abbastanza breve alla costituzione del centro polesano di Trecenta, così come fra IX e X secolo la presenza ravennate aveva portato alla costituzione o all'ampliamento di quello di Ficarolo, che aveva "tagliato" il territorio della pieve di Trenta.
Il nostro paese rivestiva infatti funzioni importanti: castello in posizione privilegiata per controllare la via d'acqua del Po, centro di giurisdizione civile ed ecclesiastica, diviene inoltre punto di riferimento geografico per la dislocazione di beni in località vicine; nel 988, ad esempio, il fundus di Trecenta, pur appartenendo alla circoscrizione plebana di Santa Maria in Trenta, viene indicato come posto a nord (subto) di Ficarolo.
Con l'affermarsi del dominio dei Canossa, cresce l'importanza dei centri fin qui citati: così a sud i Canossa, conti di Ferrara con Tedaldo, si impadroniscono del castello di Ficarolo, che, almeno dal 1077, sembra essere posto sotto la giurisdizione di Matilde. Qui la contessa edificherà la chiesa di San Benedetto, donata all'omonimo monastero di Polirone; a Ficarolo, inoltre, possedevano beni famiglie ferraresi a lei legate: la moglie e il figlio di Sichelmo, fratello del vescovo Landolfo, eressero prima del 1112, su beni allodiali, la chiesa di San Salvatore.
La penetrazione canossiana nei nostri territori avviene attraverso il possesso di grosse proprietà legate alle vicende di alcune famiglie, che "scrivono" così la storia di questi luoghi, e appunto anche di Ficarolo.
Nel 1027, infatti, tale Cono, della famiglia de Ganaceto, figlio di Achenolfo, alemanno, residente in Trecenta, dona, per il bene della sua anima e di quella della moglie, diversi beni al monastero modenese di San Pietro: queste proprietà si trovano, anche se in quantità non precisata (i documenti scrivono "res") in Trecenta e in Ficarolo, oltre ad altri in Minerbe, nel veronese, e nel modenese, ma non costituivano comunque tutto il patrimonio della famiglia Ganaceto nella regione, avendo essi ricevuto beni in enfiteusi anche dalla chiesa ravennate.
La loro presenza nella Transpadana ferrarese potrebbe essere spiegata con un'attività legata al servizio dei Canossa, ed è probabile che, anche dopo la scomparsa di Matilde, i Ganaceto abbiano continuato per un certo periodo a partecipare alle vicende politiche ferraresi, intervenendo nelle contese fra Ferrara e Ravenna e forse favorendo quest'ultima.
Ma la supremazia dei Ferraresi, dovuta all'abilità del vescovo Landolfo e del suo successore Grifo, unitamente all'appoggio delle più rilevanti famiglie cittadine e alla progressiva importanza del comune stesso, che andava assumendo forme di iniziativa autonoma sempre più significative, convinceva forse i Ganaceto a ritenere più opportuno lasciare gli impegni ferraresi e occuparsi delle vicende politiche della loro patria, Modena. Per questo motivo, parte dei beni della famiglia e tutti quelli passati alla chiesa di San Giorgio in Ganaceto, vennero venduti al vescovo di Ferrara.
A questo proposito va rilevato che la maggior affermazione dell'episcopio ferrarese avvenne a nord e a nord-ovest, fra il Po e il Tartaro, sempre contrastata, però dall'espansione patrimoniale e giurisdizionale della chiesa ravennate, che aveva i suoi centri in Ficarolo e nella pieve di Santa Maria in Trenta, e poi, come abbiamo visto, dai Canossa e dalle famiglie ed enti ecclesiastici a loro legati nei luoghi fra Trecenta e Ficarolo.
Risulta così evidente che i Canossa perseguivano una politica di acquisizione, a qualsiasi titolo, di proprietà e giurisdizioni in questo territorio, con l'evidente intento di controllare le principali vie d'acqua della pianura padana centro-orientale; essi ebbero notevole influenza non solo sull'organizzazione territoriale, ma anche socialmente ed economicamente, operando trasformazioni nel tessuto della società rurale. Sappiamo, infatti, attraverso gli studi del Tabacco, come la diffusione del termine arimannus sia strettamente legata alla loro affermazione nei nostri territori, indicando gli uomini rustici liberi in "possesso di terra non soggetta a dominio signorile". Il Liber censuum della chiesa romana indica in modo molto dettagliato le arimannie di influenza canossiana: fra queste, anche Ficarolo e i paesi vicini. Ficarolo, però, era considerato bene personale di Matilde, e tale resterà fino alla metà del XII secolo, quando i territori passarono all'episcopio ferrarese, nonostante i ripetuti tentativi della chiesa romana di ripristinare la propria autorità nella zona.
La morte di Matilde apre, infatti, un lungo periodo di contese riguardanti questi territori, che videro coinvolti chiesa, impero e signorie locali. Fra i vari interventi per dirimere le questioni patrimoniali è da segnalare una bolla di Celestino III a Pietro, preposito della chiesa di San Giorgio di Ganaceto (Modena) in data 25 aprile 1195, con la quale viene confermata la protezione apostolica per i beni "iuste ed canonice" posseduti in vari luoghi, fra cui "in Episcopatu ferrariensi possessione quas habetis in Comituatu Ficaroli et in Sadriano et in curtibus Manegii et Trecentae".
Ma la pressione ferrarese non consentiva, anche per le ingerenze dello stesso Vescovo, la difesa dei privilegi conquistati, per cui la necessità degli arimanni e dei proprietari di cedere ad alcuni compromessi, in cambio di una relativa autonomia. Nel 1214 Manfredino, preposito della chiesa di San Giorgio di Ganaceto, procuratore e sindaco "ad faciendum vendicionem totius poderis ipsi ecclesie pertinentis ab isto latere Padi" (sulla sinistra del Po di Ferrara),vendeva al vescovo Rolando "in perpetuo iure proprio, cum omni iure et actione, hoc totum quod nobis nostreque ecclesie de Ganacedo pertinet vel pertinuit, ac iuste pertinere debe ab isto latere Padi": vennero così ceduti casali e terre posti "in curie Trecente" Sadriano e Ficarolo, vincolando in tal modo i proprietari sia all'episcopio che al comune di Ferrara. Gli anni a venire vedevano rafforzarsi il potere degli Estensi, tanto che gli uomini di Trecenta chiedono a Uguccione Contrari, investito iure feudi nel 1401 dal cugino Nicolò III d'Este, la difesa del proprio patrimonio comunale: ricusavano il concorso nel pagamento del salario del capitano e del precone di Ficarolo, così come dei lavori di arginatura fuori del paese stesso.
Proprio con riferimento a questi lavori, serve riprendere il discorso della rotta del Po a Ficarolo, avvenuta molto probabilmente nel 1152, data che il Muratori ritiene fra le più certe: in questa circostanza una parte delle acque, trovato l'alveo del Tartaro, andò a foce presso Loreo; l'altra parte diede origine al corso d'acqua più settentrionale del Po, detto poi Po di Maestra o di Venezia, che sfociava in Adriatico con tre rami, Po della Pila, Po delle Tolle e Po della Gnocca.
Il settentrionale sembra essere dunque il corso più recente; il Po di Primaro, fra Ferrara e Ravenna, il più antico, continuazione del Po originario.
Il Po di Maestra o di Venezia, per attraversare il quale, già dopo la rotta, si doveva pagare un dazio, modificò presto la situazione dei traffici delle merci; Venezia infatti scelse questa via come la più vicina e la più breve, che le consentiva di non passare per Ferrara e di evitarne i controlli sui suoi commerci in Lombardia. Per questo motivo darà luogo anche a una serie di contenziosi ogni qualvolta gli Estensi ostacoleranno la libertà di navigazione della Serenissima, libertà che farà rispettare con la forza o con il blocco navale alle foci del Po. Le ripetute schermaglie si concludevano con la guerra fra Ferrara e Venezia del 1308; il conflitto, benché disastroso per la Repubblica, riconfermò che tutte le merci che giungevano a Ferrara per l'Adriatico dovevano transitare per Venezia.
La sconfitta peggiorò le relazioni fra i due Stati e divenne conflitto aperto alla morte di Borso d'Este, cui succedette Ercole nel 1471.
Il nuovo signore, intendendo sottrarsi alle pressioni fiscali veneziane, revocava certe esenzioni di cui beneficiavano i cittadini veneziani residenti a Ferrara, evitando inoltre di ostacolare il continuo contrabbando del sale; intanto le condizioni politiche erano mutate: a Venezia si preparava, in accordo con la Santa Sede, una lega contro Ludovico il Moro e il duca di Ferrara, da tempo alleati, cui partecipavano anche Genova, Rimini, Parma e il signore del Monferrato.
Venezia, per proprio conto, si armava per la guerra agli Estensi, costruendo nel Polesine di Rovigo presso il confine ferrarese, due bastie e collocando anche sull'Adige ingenti nuclei militari.
Gli Estensi non erano da meno, fortificando soprattutto Ficarolo, da cui si dominava la biforcazione del Po; temevano infatti il blocco dei rifornimenti di vettovaglie.
Tra i due contendenti continuavano scambi di missive per addivenire a una soluzione che sembrava sempre più complicata e irraggiungibile. Intanto, nel febbraio 1482, gli alleati del Moro e dell'Estense si riunivano a Cremona per decidere o meno l'inizio delle ostilità contro Venezia, al fine di impedirle di acquisire il Ferrarese e dunque il dominio delle acque del Po e del commercio della valle padana; accordatisi sulla necessità di un intervento, elessero lor capitano generale Federico di Monteletro, duca di Urbino, mentre la Serenissima designava a questo compito Roberto da Sanseverino, che invadeva Ficarolo con ben 30 mila uomini, conquistandone la rocca. Il dispendio di uomini e forze sicuramente facilitò l'impresa ma, scrive Vittor Sandi, storico della Repubblica, "riuscì infelice l'acquisto, poiché la infezione di quell'aere fece perir quasi tutto l'esercito".
A che tipo di "infezione" così grave da causare tante vittime tra i Veneziani, si riferisce il Sandi? Forse l'unica ipotesi possibile è che nelle zone attorno a Ficarolo esistesse la malaria, ma neppure il Soranzo, che nel suo studio riferisce con molta puntualità le vicende di quel periodo, fa cenno a questo problema, citando invece tra i motivi che indussero i contendenti a trattare la pace, le perdite umane da entrambe le parti e "la carestia e la peste che qua e là si faceva sentire".
Così il 7 agosto 1484 con la pace di Bagnolo, Venezia finalmente acquistava Rovigo e il Polesine, ma non Adria e alcune località vicine, recuperando in Lombardia le terre perdute e asola, restituendo al re di Napoli le città di Puglia, occupate durante il conflitto e riconsegnando al duca di Ferrara il dominio estense sulla destra del Po, non senza prima aver demolito il bastione di Pontelagoscuro.

 

 

Dall'antichità al Regno d'Italia

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Dall'antichità al Regno d'ItaliaForse un "Vico" romano dà il nome a Ficarolo, il Vicus Arii o Vicus Atrioli, situato sul Po e su di una strada romana proveniente da Gognano. L'insediamento romano è del resto testimoniato da ritrovamenti di tombe con relativi arredi, idoletti, monete, vasi, ecc.
La sua posizione a ridosso di un fiume così importante come il Po rendeva il centro un punto strategico per il controllo delle vie di comunicazione.
Un castello fu costruito nel 970 dall'arcivescovo di Ravenna. All'inizio del XII secolo Ficarolo fu travolta dal Po che, rotti gli argini nei pressi del paese, si trovò un nuovo alveo: l'attuale.
Nel 1328 si ebbe una vera e propria investitura agli Estensi, prima Marchesi e poi Duchi di Ferrara; nel 1349 vi edificarono un nuovo castello proprio di fronte ad un'altro esistente sulla sponda opposta del Po. Fra le due fortezze veniva tesa una catena per controllare il passaggio dei natanti sul fiume.
Con fasi alterne Figarolo rimase agli estensi fino al 1597, quando, morto il Duca di Ferrara senza eredi, il Ducato tornò alla Santa Sede.
Il castello, nonostante le varie guerre a cui fu interessato, rimase intatto fino al 1664 e 1669 quando due piene del Po lo distrussero completamente.
Il paese fu ancora teatro di guerre: la dominazione francese del 1797 al 1815 quando passò sotto il dominio austriaco; fino al 1866 quando Ficarolo venne a far parte del Regno d'Italia.

 

   

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