Riconquista di Tempo e Spazio
I segni della sua scrittura, i significanti delle sue pagine, quelle lettere simili ai vapori delle nebbie autunnali, le illustrazioni nitide appartengono al tempo e ad un'arte che, negli elementi primordiali ha ritrovato se stessa e raggiunge la nitidezza delle immagini e della scrittura del primo Novecento. Il Ravelli sembra abbia coscienza di ciò, di questa trasparenza di significanti e significati. La sua è una illimitata immersione temporale sino a raggiungere le origini mitiche dei luoghi che ama e che ripropone nell'inconsueto spazio della sua pagina, attraverso un inchiostro che dilata i significanti scrostandoli delle polveri del tempo. La discesa temporale di Francesco Ravelli è anche recupero d'archetipi e proposta di un poema legato al territorio (ai nostri giorni ed occhi incredibile), molto lontano dalla steppa agricola che si spande davanti ai nostri occhi. La costruzione storica sembra materializzare un luogo che abbiamo già conosciuto, del quale abbiamo sentito meraviglie in una infanzia che ci sembra lontana. Mi sembra che il sentimento ravelliano si avvicini al cuore leopardiano (un altro momento che lega il nostro al Novecento), attanagliato dalla brevità dei confini spaziali (e sentimentali) e, da questa limitatezza, proiettato verso spazi e tempi più consoni al proprio sentire, senza abbandonarsi ad un tentativo lirico (non è lirica quella sua traccia che scivola via leggera sulla pagina?) fine a se stesso. Ravelli riconquista lo spazio ed il tempo del territorio raggiungendo la primitività e la quotidianità attraverso una cronaca lineare, quasi a voler ritrovare e riproporre un luogo intatto. Si trova a distillare (un processo alchemico che lo lega, ancora, alla contemporaneità) una spazio-temporalità ed i fatti di questa per estrarne un luogo puro già intravisto ed inseguito da altri. E, a questo punto, non si possono dimenticare i continui riferimenti ravelliani a momenti lirici che appartengono al sentire ed all'arte del primo Novecento. La ricerca del paese innocente, purificato dal tempo e dagli elementi, è una caratteristica della letteratura del primo novecento. Una ricerca strenua, portata al limite da autori "vagabondi" affondati nel vortice della ricerca e soffocati da questa ansietà. Tutto questo non è dovuto solamente al suo ritrovarsi lontano dal luogo desiderato. Il paese, qui, è proprio l'immagine depurata del "paese innocente", immerso negli spazi e fatti silenziosi che appartengono alla storia. Proprio il divenire storico è stato, per Ravelli, il momento dell'immersione in questo elemento che proteggeva, tra miti ed avvenimenti, il luogo che cercava e che, crediamo, ha ritrovato ridisegnandone le vene pulsanti o le rughe del tempo nelle pagine gigantesche, ben diverse dal quadernetto degli appunti. La sua è un'opera visiva, sensuale. Un'opera che deve venir vista, sfogliata, guardata come il corpo della persona amata o il profilo di un territorio, di una città, di un paese che si schiarisce tra le nebbie. Gradirei collocare F. Ravelli accanto al poeta Dino Campana, anche se l'accostamento si avvale di una contrastività che, più sembra allontanarli, più li accomuna, soprattutto per quel che riguarda l'architettura spazio-temporale del loro universo. In Dino Campana sono il ricordo ed il sogno a risultare elementi primi e necessari per il riporto in superficie di un universo ripescato dal fondo "de l'inconnu" Se la Notte campaniana crea ed inghiotte, tale è la Storia per il Ravelli, un elemento catartico e liberatorio. In Dino Campana il ricordo diventa Storia ed affiora alla coscienza. Ravelli ha invece bisogno della Storia per arrivare al ricordo e fare in modo che la Coscienza s'abbandoni al fluire della memoria. L'immersione temporale ravelliana ha un aspetto insieme beatifico e letale: la pagina del Ravelli è un continuo morire - rinascere nella gioia del riporto documentaristico e della sua trascrizione. Un accumulo memoriale che rimanda al Baudelaire di Spleen:
"...plus de souvenir que si j'avait mille ans"
Questo stralcio è utile anche per inquadrare la reverie architettonica che, nell'ambito della cultura fine Ottocento - primo Novecento, abbisogna di visioni arcaiche/magiche/primitive per esorcizzare il vuoto (in Dino Campana lo è la pianura sterminata - un fiume impaludato - l'acqua morta...) con la creazione di elementi - simboli da inserire sul piano poetico. Gli assi del linguaggio campaniano si focalizzano su un emittente - ricevente, su un Traum - Welt che sono una unità indissolubile: il poeta è l'opera - il creante è il cosmo creato - la parola è l'oggetto e la tensione - la memoria è la Storia, tempo e spazio. In questa poesia si materializzano gli elementi primordiali, anzi il cosmo è una costruzione alchemica derivata dall'intreccio elementare. Campana è teso al momento in cui del tempo fu sospeso il corso, Ravelli è teso al flusso di questo, all'eliminazione del vuoto attraverso un sistema di scrittura non interrotta e che continua nel lettore, nel senso visivo e nel cuore di questo. Il canto orfico campaniano, recupero memoriale di un'altra temporalità, è molto meno lontano di quel che sembra a prima vista dal recupero storico che F. Ravelli opera in queste sue Note manoscritte; un ritorno alla Madre - alla Terra - a se stesso. Il vojage ravelliano ci consegna un luogo intatto. Non importa il nome: potrebbe trattarsi di Venezia, Ferrara, Parigi, Mosca, Gerusalemme o di una delle città che andavano innalzandosi al di là dell'Oceano Atlantico. È importante seguire l'itinerario percorso dall'autore, il ripescaggio che compie dei diversi momenti - testimonianza, il puntellarsi e riferirsi a classici, a documenti, a cronisti: tutto ciò serve a realizzare il suo sogno, a visualizzarlo, a plasmarlo entro i confini di quel paese (e solo quello) sulle rive del grande fiume.
Piano storico e piano poetico in Francesco Ravelli
Francesco Ravelli è in bilico tra due forme di pensiero (di junghiana memoria). La sua opera ed il suo essere sembrano sospesi tra un pensiero dalla valenza obiettiva e reale (storica) ed un pensare spontaneo che prende forma appena al di sotto del piano reale. Vorrei definirlo piano affettivo. Si tratta di due strati, catalogabili come "storico" il primo e "poetico" il secondo. Spesso vengono a contatto e convivono meravigliosamente nel suo manoscritto in una forma trasparente, una reverie, un immaginario che affiora grazie alla distillazione temporale operata dalla sua scrittura. Il processo o corso storico diventa per Ravelli un "immaginario", contrario e simile all'invenzione. L'universo che l'autore ficarolese ricostruisce pazientemente in più di un decennio, tende positivamente ad una scienza pura (e purificata) che, tassello dopo tassello, saldi l'immaginazione per offrire la storia ad un mondo ormai puro. Il tentativo ravelliano non poteva non realizzarsi se non nell'uso del territorio ficarolese, della sua spazialità e temporalità. Ed il territorio del grande fiume possiede abbastanza elementi perché si realizzi un simile tentativo: gli attimi sparsi vengono ricercati con ossessione, raccolti con cura e riportati in quello che definirei "specchio-pagina" ravelliano, come dati reali e, nello stesso tempo, come vestigia del sur-reale. Un sur-reale che è l'essenza della realtà. In questa sur-realtà ritroviamo il passato con le testimonianze più varie ed i miti che l'hanno nutrito. Ed anche in questo, il nostro autore, è in piena sintonia con la sua epoca (e la nostra). Il reveur Ravelli si adagia negli atomi di temporalità che riesce a recuperare. Una realtà che presenta "a' suoi concittadini ad ornamento patrio" prima e poi "a mia Madre -donna di retto sentire- modello di virtù cittadine -queste pagine- reverente consacro" come parte dell'immaginario collettivo grazie all'immersione temporale, allo sprofondare nel vortice del tempo equivalente al sacrificio finale di se stesso.
La Storia, il miglior romanziere
Il cammino storico (o l'immersione/emersione temporale) che Ravelli compie non è molto dissimile dal viaggio di un reveur. La sua grafia ne è una testimonianza. "Nei paduli della regione padana, prima abitati dai Pelasgi o Etrusci o Tosci poscia dagli Enneti o Veneti, quindi dai Galli Egoni o Lingoni scesi in Italia nel secondo secolo di Roma e per ultimo dai Romani, i quali dall'anno 469 al 556 di Roma ebbero interamente soggiogato i Galli, aggregandosi anche la Venezia che per spontanea dedizione erasi unita ai fortunati conquistatori, contavano dodici isole dai Greci e Latini chiamate Elettridi. Queste al che del Piga (...) portavano i seguenti nomi: Babilonico (Fondo d'Albero) ...; Trecenta, Seregnano (Sariano), Petriolo (detta poi San Donato), Senetica, Corulo, Polarinolo, Occupario (Copparo) ..., Donore, Quartesana, Feremignana (...) e Castellione ... Oltre queste isole, in progresso di tempo chiamate Masse, ricorda sette vici o castelli e cioè Vico Magno, Vico degli Egoni, Vico Ariolo, Vico di Variano, Vico di Vario, Vico Novo e Vico d'Aventino ... ed attribuisce al moderno Ficarolo l'antico nome di Vico Ariolo: e sulla fede del Pigna il Sacchi nel Libro II delle Historiae Ferraresi, esplicitamente dichiara che Ficheruolo chiamavasi anticamente Vico Ariolo..."
"Osservando la carta corografica, tratta dal Silvestri e compilata sulle descrizioni di Plinio, rilevasi la posizione anticamente occupata dal Vico Variano nelle paludi fra il Po e un ramo delle Fosse Filistine si approssima a quella occupata dal moderno Ficarolo, tanto più se si considera che a Salara -anticamente territorio di Ficarolo- rivengosi tutt'ora le traccie della Fossa Filistina, per corruzione di vocabolo chiamata Pestrina, uno dei suoi rami quasi parallelo al Tartaro, tra le fosse che portano al Po le acque delle valli di Massa, Ceneselli, Calto, Salara, quantunque nei primi tempi corresse in opposta direzione."
Le note seguenti sono più precise:
" Tengo una collezione di monete appartenenti alla serie degli imperatori romani e colle monete vennero ritrovati nelle predette località, ..., idoletti di bronzo, imponenti quantità di fittili, ampolle lacrimatorie, balsamari di vetro e tegole con bolli e monogrammi assai svariati, quasi tutti dell'officina Pansiana, urne cinerarie, anfore, oggetti ornamentali di vetro e di metallo. Con tutto che resti indubitato appartenere gli oggetti suaccennati all'epoca romana, manca però il dato preciso per assegnare al nostro Ficarolo un posto nell'epoca stessa ed è al punto di partenza dell'induzione che la storia demarca i propri confini e noi che ci siamo accinti a scrivere esclusivamente per la storia, siamo costretti ad una doverosa ritirata, non diffidenti però dell'avvenire, e a condurre i nostri lettori ai primordi del secolo X, quando le prime linee di storia locale appariscono documentate, quindi indiscutibili."
La trascrizione del bellissimo documento (e momento) è un altro esempio di come la cronaca ravelliana possa estrarre dagli archivi testimonianze che, per i nostri sensi, altro non sono che "poesia del territorio", con valenze sociali e culturali importantissime. Lo stesso vale per la parte che riguarda il Mercato, il Monte Frumentario e gli Ospiti Illustri. Qui troviamo momenti storico - poetici che sembrano sconfinare nell'epopea cavalleresca che tanto ci ha fatto sognare nella nostra infanzia, orfana dei potenti media che ci circondano.
"Dovendo entrare nello Stato Ecclesiastico la celebre Cristina di Svezia, allorché rinunciò al regno per avviarsi a Roma dopo aver fatto professione di fede cattolica ad Inspruk, stette un giorno ed una notte a Ficaolo, ricevuta dei mandatari di SS. Alessandro VII ed ospitata regalmente nel palazzo del sig. Bernardino Schiatti. ...Nell'emergenza di questi torbidi -si allude alla guerra scoppiata fra il duca di Modena e il marchese di Caracina- consolò bene tutta la Christianità la generosa risoluzione dell'invitta Regina Christina di Svezia figlia del grande Gustavo Adolfo, la quale desiderosa d'abbracciare la Cattolica Fede, rinunziando lo scettro, la Corona, ed il Regno à Carlo Gustavo Palatino, s'era partita, et inviavasi à Roma per colà vivere con la quiete, e pace Cattolica appresso sua Santità; Di questa gran Donna piacque tanto al Papa la determinazione, che, come Pastore che ricuperi la perduta agnella, lunga sapevagli ogni dimora, che la trattenesse dal pervenire in Roma ... Visto il breve, et cessati..."
La verticalità della storia che Ravelli immette nell'orizzontalità quotidiana, sembra non conoscere soste, se non quelle che il tempo stesso o l'incuria degli uomini ha causato. In questa verticalità la storia si ordina e dimostra il diritto polivalente ad essere mito-documento e memoria: un bisogno per annullare la piattezza quotidiana. Lo spazio-tempo del microcosmo ficarolese avrà, d'ora in poi, un'origine nel mito derivato da una memoria storica (una specie di diritto al sogno) ed una coscienza basata su un divenire documentato e/o documentabile (una specie di diritto alla memoria collettiva o di appartenenza al flusso della storia). I Frammenti di storia civile del secolo X riportano quei segni che ritornano alla luce del sole grazie alla cura che il Ravelli ne ha nel riporto. Dal primo documento (anno 936) che parla di Ficarolo, (...) alle note storico-informative a completare il testo in modo esaustivo, come si trattasse di terminare un racconto sulla base di indizi rilevati nei luoghi più insperati. Il ritratto della contessa Matilde (detta la gran contessa (che) "esercitò dominio su Ficarolo ed è all'epoca dell'illustre marchesana ch'esso apparisce in una pagina di guerra, narrata dal Pigna ..., che qui brevemente riassumo...") ci porta ad un'epoca di dame e cavalieri che il nostro non sembra disdegnare. Non è da trascurare l'inventario, datato 22 maggio 1716, per la fotografica capacità che lo storico possiede nel riportare sulle pagine del manoscritto documenti ed iscrizioni importantissime per il voyage che sta compiendo. Questo vale anche per le pagine riguardanti gli avvenimenti per lo Stemma Civico o Gonfalone, i Podestà e le pagine che riportano nomi e dati e che stanno a dimostrare come la ricerca ravelliana sia stata fatta in tutte le direzioni in ogni angolo, per ricreare -il più completamente possibile- il microcosmo necessario alla realtà delle Note. Riportiamo, come esempio dello scrupolo e del piacere ravelliano, la seguente pagina: "Nel Diario Ferrarese ... e sotto la data di sabato 12 settembre 1494 trovo la seguente curiosa descrizione a proposito di un certo Nicolò de' Pellegati da Ficarolo, reo di vari crimini e condannato a ignominiosa pena. Trascrivo il brano di cronaca nella propria integrità.
In Ferrara in la Torre per meggio la Gresia di Sancto Zoliano di Castel vecchio dal lato di Fuora de la Torre sopra le fosse fu posto una gabbia di ferro, in la quale fu per uno buso, fatto in lo muro mettudo et murato Don Nicolò de' Pellegatti da Figarolo Fiolo che fu di Piero di anni 30 in 32 condennato per il Vescovo di Cervia, che stava in Ferrara et per lo Vicario de lo Arcivescovo di Ravenna, sotto le Diocesi de' quali el fu preso; et questo perché l'haveva cantato due volte Messa novella; et il primo dì che cantò la prima Messa l'amazò uno, et poi a Roma fu absoluto, et dopoi ne amazò quattro altri homini, et sposò due mojere, et con essi si accompagnò: et si dise, che si ritrovò a la morte di altri homini, sforzò femine, menò via femine per forza, rubato havea in grande quantità, havea assassinato molti homini, et rubati per forza, et era nadato per tutta la Potestaria di Filo del Duca di Ferrara, et per tutto il Ferrarese con compagni tutti armati con calze a divisa, et arme inastade, amazare et bevere, et alloggiare per forza; et breviter havea fatto tanto male, che era una compassione; et a pane et acqua fu condannato a dover finire la sua vita suso un sacco di paja... Il don Pellegatti fu tratto di gabbia alli 2 Dicembre e posto in Fondo di Torre in Castello Vecchio dove il cronista lo lascia ad attendere l'ora della morte". Anche in quest'opera l'istruzione pubblica e privata, nel territorio di Ficarolo, assume la sua importanza. Ravelli riporta: "L'istituzione della prima scuola pubblica risale al 1640: ne abbiamo prova nel seguente processo verbale d'una Congregazione tenuta il 29 aprile nel Camerone della Chiesa, coll'intervento della Rappresentanza Comunale, dei Massari della Chiesa e di oltre 200 padri di famiglia".
Storia, favola e mito
I miti e la memoria vengono continuamente alimentati. Ed il Ravelli assolve pienamente (e coscientemente) a questa funzione. Rileggendo (meglio se nella grafia ravelliana) i seguenti brani, l'immersione spazio-temporale per il lettore risulta completa.
"Visto il breve, et cessati i complimenti de' Prelati, D.Innocenzio Conti pure volle mostrare la profondità del suo ossequio, con silmilmente ichinarla, et seco abboccarsi, lo che terminato accompagnarono anzi condussero Sua Maestà nella bella Terra di Ficarolo dove la notte alloggiò nella sontuosa, et nobile abitazione del Signor Bernardino Schiatti, Cittadino Ferrarese, da esso à tal effetto adobbata superbamente, eccettuatane la Camera preparata per Sua Maestà, la quale era ornata di Broccato d'Oro, et cremisino, con Letto, Baldacchino, et suppellettili dagli Ambasciatori portae da Parma; et per eternare la memoria dell'onore avuto da quella Terra, et abitazione, con l'esser stata fatta degna di alloggiare, et ricoverare Personaggio di tanta grandezza, su incisa nella detta Casa la seguente Iscrizione (che tutt'ora si conserva)...
...
La Regina, da Ficarolo, la mattina del vigesimo secondo di Novembre, udita, ch'ebbe la Messa, celbratagli dal suo confessore, in detta abitazione, e dopo aver complito (fatto complimenti) con Don Luigi Pio Principe di San Gregorio, venuto, per detto effetto, da Roma per le poste, da essa ricevuto con tutte le dimostrazioni di stima, proprie d'una Regina, e dovute a un Principe, fatta una leggiera collazione, verso le ore diciasette montata da sola nella Carrozza di Sua Santità, s'avanza verso Ferrara, servita da' detti Nunzii, e dal sudetto Principe, con la Vanguardia di più compagnie di Cavalleria, et uno squadrone di fanti, oltre quattro altre compagnie di Cavalli, che la incontrarono ai confini e poi la sbandarono (cioč le si posero ai lati), et pervenutasi alle Caselle, luogo de' Monaci Casinesi, ivi Sua Maestà fu riverita da Monsignor Lodovico Bassi Vice legato di Ferrara, accompagnato da quaranta tra Gentilhuomini, e Cittadini, etc."
Va ricordata la principessa Amalia di Brunswich cognata di Rinaldo d'Este duca di Modena, sposata per procura il 15 gennaio 1669 al principe ereditario Giuseppe di Germania. Il Muratori (...) offre le seguenti particolarità del viaggio ed arrivo della principessa a Stellata:
Si degna ed amata Principessa si pose in cammino alla volta della Germania. Seco andò la Duchessa di Brunswich sua madre, siccome ancora il Duca Rinaldo con un corteggio numeroso di Dame, Cavalieri e Guardie. Erasi la Duchessa di Modena fatta preventivamente portare in lettiga a Bomporto, per ivi unirsi seco nel viaggio. Quivi pernottarono tutti e la mattina seguente del dì 19 s'imbarcarono sopra due de' più magnifici Bucentori, che abia mai veduti il Po, già fatti fabbricare con lavoromirabile da Duchi Alfonso I e Francesco II col seguito d'altri minori Bucentori, Peotte, e Barche, e si fermarono la sera del Finale. Giungero nel d' 20 alla Stellata...
E qui lasciamo la parola al Baruffaldi, il quale a pag. 510 della Historia di Ferrara, facendo seguito al Muratori, descrive minutamente il soggiorno della principessa nel palazzo dei conti Pepoli in Stellata ...
Quivi pervenuta ad un'ora di notte (...) dal Forte, e su Soldatesca ebbe il saluto. Mà perché, eziando sù 'l Ferrarese territorio, doveva elle conoscere, quanto fossero applauditi i di lei Sponsali, la Camera Apostolica, da' suoi Ministri gli fece preparare un alloggio veramente Reale, nel Palagio de' Conti Pepoli, in quella Riviera situato dive S. M. per riposare la notte, ricoverossi. Fù quella portata per strada coperta di sopra, e lastricata per modo di provvigione, nel piano, in Lettica nel Palagio sopradetto, superbissimamente adobbato, per godervi l'alloggio. Colà dopo esser stata complimentata da Mon. Pietro Lorenzo Gallarati, nostro novello Vicelegato, à nome del Card. Astalli Legato, già preparata sontuosissima Cena, s'assise à tavola sotto d'un nobile Baldachino e sù quella videsi fra gli altri, un meraviglioso Trionfo d'un Atlante, che sosteneva il Mondo, e sopra d'esso una grand'Aquila. La mattina del vigesimo giorno del mese à ore dieciotto similmente portata in Lettica nel Buccintoro, salpò al rimbombo de' Falconetti, Sagri e Mortaretti del Forte, come ancora della Soldatesca posta in ispalliera, che gli diede il saluto; et ella intanto inoltrossi sù per il Po, osservandosi sù 'l Mantovano alle Quattrelle la pomposa Cavalleria di Lancie, detta la Compagnia di parata de' Civili, tutta armata di Ferra, che servendola era in uso di guardia, arrivando la sera à Rovere attesa dal Duca di Mantova etc.
Questi "favolosi" personaggi rientrano nel fantastico collettivo e ne alimentano (nel tempo) il piano dell'immaginario. Senza per questo intaccare i fatti storici o le relative documentazioni. L'unico rischio è che il mito ed il fantastico entrino, finalmente, a far parte di una temporalità orizzontale, vivificandone gli istanti operando, attraverso il linguaggio, la creazione di un istante che diventa pura poesia.
La creatività della Storia
In questi luoghi il fiume Po ebbe, sulle sue rive, due castelli.
"Non furono essi turriti manieri, residenze predilette dei grandi vassalli, monumenti dai gotici veroni, dietro i quali le pallide castellane fremevano ai versi melanconici degli arditi trovatori, idealità dell'amore che ispirò la musa dei poeti del sentimentalismo: nò, i nostri castelli ebbero ben altra fama: eretti per offesa dei nemici e per difesa del territorio..., talora invulnerabili, altre volte conquistate, distrutte e riedificate più forti e rigogliose, attraversarono i secoli, superbe di possedere nella storia delle imprese guerresche, degli epici avvenimenti, di cui furono teatro, la pagina più bella e interessante...".
La parte che riguarda l'architettura pubblica locale inizia con un castello che non esiste più. La fortezza di Stellata, che ancora oggi possiamo ammirare in tutta la sua possenza, ci appare, nel manoscritto, in uno splendido acquerello dai liquidi colori e che il tempo non ha intaccato. I fatti che riguardano la fortezza di Ficarolo (e quella di Stellata) sono recuperati e riportati alla luce con momenti da romanzo storico.
"...una gran mole di catena, se aveva seicento anelli di sedici o diciasette libbre cadauno ed una lunghezza totale di 160 metri".
"Fu in occasione di quella guerra (guerra tra Ferrara e Venezia: 1481-1484) che il Sanuto nel suo Itinerario in Terra ferma (1483) fece la descrizione del castello di Ficarolo, come lo rinvenne restaurato dai veneziani e da essi nuovamente munito. Riporto a titolo di curiosità storica un frammento di questo capolavoro d'ingenua e minuta narrazione, fatto nella lingua corrotta dell'epoca da un giovane entusiasta della sua patria, osservatore erudito a diciasette anni e che si preparava a portare degnamente il proprio nome.
Figaruolo è situato sopra Po, su l'arzere per mexo la Stelata, et è luntan mia... da la delta fa il Po che va a Ferrara. Et à quattro torre, una per canton grossissime et basse, per esser refate de novo. È quadro: à fossa large passa 26, alte et profunde, et profune, et si pol meter entro el Po; à muri grossissimi, oltra i qual ne son fati repari circumquaque inexpugnabelli, de munition grande fantarie; à sei bombarde, grosse, tre per banda. Da la banda de Ferrara è la Fuina Marcolina et Venetiano; da la banda di Castel novo è la Desperata Fortezza..."
In questi riporti, dove il segno assume un'importanza particolare, Francesco Ravelli dimostra non solo d'essere uno storico ma ci fa capire che la storia, con la ricerca e sistemazione dei suoi momenti, può essere un atto creativo. Nel 1665 il Castello s'era ridotto a pochi ruderi. Il Ravelli prende l'occasione al volo e scova un cronista fantstico (non è, a volte, la Storia il miglio romanziere?) nella persona dell'arciprete Nicolò Brosso che, in una cronaca locale, scrive:
"Ottobre 1665...: Le fundamenta che sono in Po del Castello, cioè una Moraglia che è per retta linea contro il corso dell'acqua doppo calata l'acqua del Po, si vidde che si era rotta in due parti et fece un apertura quanto sono duoi terzi di brazzo ordinario, et la parte spiccata s'abbassò, e col tempo sarà causa che il Po farà gran danno alle Case di Castello che Dio non voglia..."
"1666-6 gennaio: al Castello uno di quelli muri dalla forza dell'acqua è stato cavato di sotto di maniera tale, che s'abbassò et appoggiò in terra contro il corso dell'acqua, essendo anticamente scavezzato dalla mura..."
"1666-14 luglio: Si vidde quella Moraglia del castello che s'era rotta et una parte piegata, sparire nel Po, il quale si può immaginare quello faccia del froldo per essere sua natura frollo e terreo..."
L'elemento acqua appare, in questa cronaca, come una forza dirompente che sommerge il tempo e le opere di questo. Una interpretazione tipica delle genti che devono convivere con un elemento sempre pronto a ghermire spazio e vite. Le pagine che contemplano i fatti d'armi (la guerra di Ferrara, quella definita dei Barberini e la guerra di successione spagnola) -grazie ancora alla grafica ravelliana- sono un continuo intersecarsi di avvenimenti e personaggi. Sono pagine dove il tempo scorre, non è immobile e la storia diventa un elemento plastico. Il Tempo che Francesco Ravelli recupera viene sottratto ad una creatura che altrimenti avrebbe fagocitato non solo avvenimenti e personaggi, ma, anche, l'immaginario di questi. Il Capitolo VII (con la relativa appendice) viene autodefinito, dal Ravelli stesso, come "frammenti di storia ecclesiastica dal secolo X". La memoria ravelliana si muove tra atti rinvenuti negli archivi più diversi. Tali atti vengono riportati e sistemati grazie, ancora una volta, alla grafica che accresce, sempre più, la sua funzione mediatrice attestando il viaggio a ritroso dello storico ficarolese. I documenti riportati da pag. 66 ci fanno fare un tuffo nel tempo, sino al sec XII. L'immersione in queste righe e significanti saldano il nostro viaggio temporale alla ricerca non solo del territorio e della sua storia ma anche della sua anima più profonda. Lo stesso Ravelli (pag. 72) nel definire il viaggio che sta compiendo, scrive "andiamo avanti e lesti al positivo". La sua recherche è tutta basata nella sistemazione di fatti e documenti rilevabili, eppure la sua opera ha il poter -in cui segue il manoscritto- di alimentare altre forze, forse le stesse forze che mi hanno attirato verso quest'opera tanto originale e sofferta. Anche nelle pagine conclusive (da pagina 77 in poi) Francesco Ravelli dimostra (nella sua positività) come la rilevanza delle sue ricerche si articoli e strutturi anche grazie ad avvenimenti popolari ed architetture come gli Oratorii ed il Cimitero che, oltre alla razionalità, impongono, nell'avvicinarsi a quest'opera, un continuo riferimento all'immaginario, sensorialmente sollecitato dalla particolare alchimia grafica. Francesco Ravelli appartiene al nostro tempo anche per altri motivi. Il principale riguarda le diverse sfaccettature dello storico ficarolese: il vero Ravelli sembra sfuggirci eppure la sua opera ci affascina e coinvolge. Si rischia di confonderlo con l'immagine di un altro Ravelli, il nostro. Chiaro che timi simili sanno aspettare anche un secolo prima di essere attuali. La grafica ravelliana è tutto un fiorire di immagini, dove la scrittura è una lenta conquista spazio-temporale. In questo segno c'è tutta una poetica particolare: il Luogo poteva essere storicamente recuperato solo in questa maniera. Anche il tempo (l'attesa durata quasi un secolo!) viene superato grazie alla fiducia nel flusso dei significanti. Altri avranno la possibilità di scandagliare l'opera ravelliana. Io mi ci sono immerso perché preso dal suo corpo bellissimo d'altre stagioni e per quella sua unità compresa in Storia-Madre-Elementi che scuotono l'immaginario e fanno apparire cristalli dalla trascrizione fantastica.
L'ossessione del Tempo
Un altro miracolo viene compiuto dal Ravelli: riesce a mettere in moto il nostro immaginario, "à habiter le bonheur du monde", come dice Gaston Bachelard. Non è, l'opera del Ravelli, un viaggio temporale che si materializza continuamente davanti a noi, nel continuum della sua scrittura? Il recupero ravelliano è una attività che àncora Ficarolo nello spazio e nel tempo, ed io aggiungo nell'immaginario. I miti che l'autore ficarolese riporta in superficie sembrano recuperati da un "tempo ossessione". Ossessionante sembra la ricerca ravelliana delle fonti, una ossessione rivolta a ritrovare il Luogo-Madre lungo il corso del Tempo. Al di là della pagina ravelliana c'è la sicurezza dello spazio-tempo ritrovato, del luogo sicuro, della Madre, dell'abbraccio definitivo del territorio che l'ha visto crescere. Questo territorio è percorso dalle acque e dai miti del grande fiume. Il Po raccoglie in sé la propria storia, i miti che si sono creati sulle sue rive, i popoli diversi che l'hanno attraversato o temuto. Il Po come punto d'incontro, il Po come struttura biologica/organismo è l'unico elemento che sia riuscito a superare le barriere di spazio-tempo, anche se a costo di alcuni stravolgimenti del suo percorso. A questa realtà si aggrappa Francesco Ravelli, al sentimento primitivo dell'acqua del fiume come se la sua immaginazione temesse di perdere il tempo con questa "materia miracolosa". Sulle rive di questo fiume si sono scontrate culture diverse. Qui è nata la leggenda e la storia dell'ambra, un elemento ermafrodita: trasparente fuoco cristallizzato venuto da lontano. Greci ed etruschi avevano conosciuto le possibilità che il fiume offriva per scambi durati secoli. Gli ultimi attimi di Fetonte, condannato all'immersione mortale nel fiume, hanno qui una naturale scenografia. Non sono le terre, in questa regione, un dono delle acque e non devono, durante le catastrofiche rotte, pagare un tributo al grande fiume? Mi sembra che il Po sia l'asse sul quale si mantiene l'opera ravelliana. L'elemento sul quale si muove lo spazio-tempo del territorio inquadrato dal Ravelli. La molteplicità degli istanti (testimoniata dai discorsi recuperati ravelliani) viene incanalata in un percorso temporale che diventa una continuità prendendo forma/forme sullo spazio che il Ravelli appresta sulle pagine, divenendo a sua volta il sistematore ritmico di una temporalità verticale che ha le sue origini nei bisogni dello storico (e del comune mortale). La temporalità istantanea (quale potrebbe essere quella dello scrivente) si inserisce con il suo bisogno di immaginario nella verticalità creata da Francesco Ravelli.
CONCLUSIONE
Questi appunti, nati da una lettura e da una visione del manoscritto ravelliano, stanno a dimostrare la ricchezza di questa opera. Altri si prenderanno cura di essa, tanto che possiamo dire, con sicurezza, che le Note ravelliane muovono i primi passi da questo momento.
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Note
Testo tratto dal "Corriere del Polesine"
Scheda accompagnatoria della ristampa del manoscritto di Francesco Ravelli in tiratura limitata realizzata per volontà dell'Amministrazione comunale di Ficarolo che, dopo circa un secolo, ha onorato l'impegno assunto con delibera del Consiglio Comunale nella seduta del 6 dicembre 1898.
La scheda è stata curata da Luigi Rossi (testi) e Graziano Zanin (grafica e fotocopie) per la Linea AGS Edizioni di Stanghella (PD).
Collegamenti
Indice della storia di Ficarolo
L'arte a Ficarolo
Turismo a Ficarolo
Redazione "Il Ficarolo"
Comune di Ficarolo
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